
Le ragioni del NO
Il fronte del No parte da una posizione di netto svantaggio non essendo sostenuto dalle forze politiche presenti in parlamento, ma solo da qualche parlamentare, oltre che da costituzionalisti, giuristi e cittadini più attenti, i quali hanno ben compreso le insidie che si nascondono dietro il puro è semplice taglio del numero dei componenti delle due camere.
Il cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle è stato sempre quello dell’abbattimento dei costi della politica e dei rappresentanti della Nazione, oltre che, naturalmente, l’introduzione del reddito di cittadinanza da elargire a tutti gli aventi diritto, una platea di circa 3 milioni di persone, con un costo di circa 9 miliardi all’anno per la durata di tre anni.
Arrivato al governo a fine maggio 2018, prima con la Lega e poi con il Pd, il Movimento 5 Stelle ha perseguito ed attuato i punti prioritari dei suoi programmi elettorali, che si era caparbiamente prefissato ed ha introdotto immediatamente il reddito di cittadinanza, con un costo di circa 27 miliardi di euro in tre anni e successivamente ha avviato l’iter procedimentale per giungere all’approvazione della legge costituzionale di riduzione del numero dei componenti delle due Camere.
Quella del taglio dei parlamentari non è un’idea originale del Movimento 5 Stelle, infatti si tratta della stessa riforma contenuta nel piano “Rinascita democratica” ideato da Licio Gelli capo della famigerata loggia massonica P2.
A pag. 622 degli atti riguardanti la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, si legge che il piano Gelli prevedeva «Nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo il modello tedesco), riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di nomina presidenziale.»
nel progetto P2: (450 deputati, 250 senatori, 25 senatori a vita)
nella riforma M5S: (400 deputati, 200 senatori, 5 senatori a vita)
A sostegno del taglio dei parlamentari i pentastellati hanno esposto cifre ingannevoli, parlando di un risparmio di 500 milioni di euro per la durata della legislatura.
«In dieci anni – scriveva Di Maio su Facebook- il taglio dei parlamentari può far risparmiare 1 miliardo di euro alle casse dello stato. Che può essere speso in cose molto più utili. Esempi? 133 nuove scuole o 67.000 aule per i nostri bambini; 13.000 ambulanze; 11.000 medici o 25.000 infermieri; 133 nuovi treni per i pendolari. Per farlo bastano due ore in parlamento. Cosa aspettiamo? Facciamolo subito!»
Tuttavia in concreto il risparmio netto è molto più contenuto, pari a 285 milioni per una legislatura completa di 5 anni e 57 milioni annui, dati questi confermati dall’Osservatorio dei Conti Pubblici italiani, di cui è responsabile Carlo Cottarelli.
Infatti la retribuzione di ogni parlamentare è formata da due voci: l’indennità parlamentare, soggetta a ritenute fiscali, previdenziali e assistenziali, oltre ai rimborsi spese esentasse. L’indennità lorda mensile è di circa 10.400 euro, ma detratte le varie ritenute si riduce a 5.000 euro. La somma dei rimborsi (spese di viaggio, costi telefonici, retribuzioni dei collaboratori, partecipazione a convegni, richiesta di consulenze, ecc.) ammonta a circa 8.000 euro al mese. Ogni parlamentare ha quindi un costo di circa 240 mila euro annui al lordo delle tasse ed al netto circa 174.000 euro annui. Costi questi che si possono verificare dall’esame dei bilanci di previsione delle due camere in cui si legge che la spesa prevista per il 2019 per i compensi dei parlamentari è di 225 milioni.
Il risparmio lordo annuo che si otterrebbe riducendo il numero di parlamentari di 345 unità sarebbe di circa 53 milioni per la Camera e di 29 milioni per il Senato, per un totale di 82 milioni. Il risparmio sull’intera legislatura, con riferimento alle retribuzioni lorde ammonterebbe quindi a 410 milioni.
Se però si considerano le ritenute fiscali e previdenziali, che ogni parlamentare deve pagare allo Stato, di cui naturalmente non si può non tenere conto, il vero risparmio annuo per lo Stato si riduce a 37 milioni per la Camera e a 20 milioni per il Senato. Il risparmio netto complessivo, come detto, sarebbe quindi pari a soli 57 milioni all’anno e a 285 milioni per legislatura.
Il suddetto risparmio effettivo di 57 milioni costituisce appena lo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana, che smentisce le enfatiche e populistiche enunciazioni del leader Di Maio, secondo cui con il taglio dei parlamentari si sarebbero tagliati i privilegi dei politici e si sarebbe restituito il denaro al popolo.
Si tratta di una somma veramente poco significativa se solo si tiene conto ad esempio che per noleggiare ciascuna nave destinata ad ospitare i migranti, che in base all’avviso del ministero dei Trasporti del 13 luglio scorso ammonta a circa 4.037.475 di euro, oltre Iva, per soli 101 giorni in esecuzione dell’appalto, lo Stato italiano è esposto ad una spesa pari a 39.975 euro al giorno e 14.590.875 euro all’anno per ciascuna nave. Attualmente le navi dovrebbero essere 5, sicché la prevedibile spesa nell’arco nell’ arco di un anno è di €72.954.375 euro.
Ugualmente appare risibile il risparmio sulla riduzione del numero dei rappresentanti della Nazione se solo si pensi al numero dei componenti del comitato scientifico di cui il Prof. Avv. Giuseppe Conte da tempo si è circondato, circa 500 unità, la maggior parte di essi funzionari del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore della Sanità ed alti dirigenti della pubblica amministrazione che già ricevono elevati retribuzioni dallo Stato per le funzioni ricoperte, cui per volontà del presidente del consiglio viene elargito un lauto compenso giornaliero in aggiunta ai loro stipendi collegati al rapporto di pubblico impiego.
Come si verifica per i verbali delle riunioni del CTS, che risultano essere segreti, anche per i costi degli “scienziati” voluti da Conte, tutti a carico delle risorse economiche pubbliche, non esiste trasparenza e nulla trapela né ufficialmente, né attraverso ricerche sul web, tuttavia fonti ben informate riferiscono che il compenso di ciascuno dei componenti dei vari comitati ascenderebbe a ben 800 euro al giorno.
Facendo quindi un po’ di conti, se i gli “scienziati al servizio della “task force” e del capo dell’esecutivo sono 500, moltiplicando tale numero per 800 euro si ha somma di 400.000 euro al giorno, che al mese diventa di 12 milioni di euro ed infine nell’arco di un anno arriva alla iperbolica somma di 146 milioni!
Dunque il governo giallo-rosso guidato dal premier Conte, che non bada spese quando si tratta di migranti e di scienziati, che con disinvoltura vengono chiamati in suo soccorso per supportare l’azione di governo, vorrebbe risparmiare soltanto sulla democrazia i 57 milioni all’anno?
Il proclamato risparmio non giustifica lo stravolgimento dell’assetto costituzionale proprio perché, come è stato già spiegato nell’elaborato n.3, la revisione costituzionale oggetto di referendum non è una riforma se stante, bensì la punta di diamante di un progetto più ampio e destabilizzante per il nostro ordinamento giuridico che invece prevede la garanzia della separazione dei poteri e della centralità del Parlamento.
Nel citato scritto sono state elencate le altre leggi costituzionali che il Parlamento su imput del governo giallo-rosso con pervicacia e determinazione intende approvare.
Si va dalla base elettorale per l’elezione del Senato della Repubblica, alla riduzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica, alla riduzione dell’età da 25 a 18 anni per eleggere i senatori, l’abbassamento dell’età minima da 40 a 25 anni perché eleggibile un candidato al Senato.
Verrebbe ancora introdotta l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e ridefinito il suo ruolo, cui verrebbe attribuita la direzione della politica generale del Governo, di cui diverrebbe responsabile.
Verrebbe altresì introdotto l’istituto della sfiducia costruttiva, secondo cui la mozione di sfiducia dovrebbe indicare la persona cui il Presidente della Repubblica sarebbe tenuto a conferire l’incarico di Presidente del Consiglio.
Verrebbe introdotta l’iniziativa legislativa popolare “rinforzata” sorretta dalla sottoscrizione di almeno 500.000 elettori che potrebbe essere confermata attraverso il referendum popolare.
In materia di referendum abrogativo, per la validità della consultazione referendaria sarebbe previsto il voto favorevole di almeno un quarto degli aventi diritto al voto e la maggioranza dei voti validamente espressi.
Per l’attuale elezione del Presidente della Repubblica verrebbe previsto che, superata la quarta votazione potrebbe essere eletto dalla sola maggioranza parlamentare.
Verrebbe introdotta la clausola di supremazia statale che consentirebbe alla legge statale di “disporre nelle materie non riservate alla legislazione esclusiva” qualora ciò fosse richiesto dalla tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica, ovvero dalla tutela dell’interesse nazionale.
Non vi è chi non veda come l’obiettivo del governo giallo-rosso sia quello giungere a tappe forzate ad una trasformazione del nostro sistema istituzionale da repubblica parlamentare in una sorta di oligarchia in cui alla democrazia rappresentativa verrebbe sostituita una fantomatica democrazia diretta e partecipativa del corpo elettorale, probabilmente gestita da piattaforme su internet sul modello Rousseau, che esautorerebbe il ruolo del Parlamento, peraltro già ridotto e limitato nelle sue funzioni
Verrebbe così modificata radicalmente l’architettura costituzionale vigente, dal momento che la produzione legislativa sarebbe affidata principalmente al governo, che ne uscirebbe rafforzato, con la decretazione di urgenza ed il voto di fiducia, come già da tempo avviene e contemporaneamente al corpo elettorale e solo in via residuale al Parlamento.
E’ sufficiente esaminare i dati sulla produzione legislativa degli ultimi anni per riscontrare l’esattezza di quanto rilevato.
Infatti dall’inizio della attuale legislatura il 79% delle leggi approvate sono state di iniziativa governativa, due terzi delle leggi sono conversione di decreti legge, il più delle volte integrati dal malvezzo dei maxiemendamenti dell’ultimo momento, tutti approvati dalle camere attraverso il “voto di fiducia al governo” sotto la spada di Damocle, in caso di mancata approvazione, del possibile inevitabile scioglimento delle Camere e di nuove elezioni.
Vi è un fondato rischio di una mancanza di rappresentatività a causa del taglio dei parlamentari per i seguenti fondamentali motivi:
– la rappresentanza politica sarebbe maggiore per le aree più densamente abitate e minore per le aree territorialmente più vaste ma con minor densità di popolazione;
– l’Italia risulterebbe tra i Paesi europei col minor numero di parlamentari in proporzione al numero di abitanti, essendo la situazione in Europa la seguente:
Lussemburgo 60
Malta 67
Cipro 80
Slovenia 90
Lettonia 100
Estonia 101
Lituania 141
Slovacchia 150
Croazia 151
Danimarca 179
Ungheria 199
Finlandia 200
Belgio 210
Irlanda 218
Paesi Bassi 225
Portogallo 230
Bulgaria 240
Austria 244
Repubblica Ceca 281
Grecia 300
Svezia 349
Romania 465
Polonia 560
Italia (con il taglio dei parlamentari) 600
Italia: (senza il taglio) 945
Spagna 616
Germania 778
Francia 925
Regno Unito: 1.426
La proporzione in ragione degli abitanti è la seguente:
Regno unito: 1 deputato (650) per 100mila abitanti (66.238.007)
Italia: 1 deputato (630) per 100mila abitanti (60.483.973)
Paesi Bassi: 0,9 deputati (150) per 100mila abitanti (17.118.084)
Francia: 0,9 deputati (577) per 100mila abitanti (67.221.943)
Germania: 0,9 deputati (709) per 100mila abitanti (82.850.000)
Spagna: 0,8 deputati (totale 350) per 100mila abitanti (46.659.302)
Con il taglio dei parlamentari, e quindi avendo in tutto 600 parlamentari, il nostro Paese si troverebbe con un deputato ogni 151.210 abitanti, e un senatore ogni 302.420. In pratica l’Italia diventerà il Paese europeo con la minor rappresentanza rispetto alla popolazione per quanto riguarda gli eletti alla Camera bassa (0,7 deputati ogni 100mila abitanti), cioè la nostra Camera dei deputati e in penultima posizione a livello europeo tra i Paesi che hanno anche una Camera alta (il nostro Senato della Repubblica), a pari merito con la Polonia e davanti solamente alla Germania che ha 0,1 senatori ogni 100 mila abitanti.
– la rappresentanza al Senato, la cui elezione avviene su base regionale, sarebbe assicurata alle sole liste più votate e tanto a scapito delle altre anche se dovessero superare la soglia di sbarramento a livello nazionale;
– aumenterebbe ulteriormente il distacco tra i cittadini e gli eletti, che dovrebbero rappresentare sempre più elettori;
– il rapporto tra i politici e gli elettori si indebolirebbe favorendone l’astensione e la disaffezione verso l’istituzione parlamentare; un Parlamento con meno eletti, tra l’altro nominati dai capi di partito, sempre più simile ad una casta oligarchica;
– sarebbero esclusi dal dibattito politico e dai ruoli istituzionali cittadini non graditi perché dissenzienti rispetto al pensiero unico, con la conseguenza di eliminare le minoranze, in particolare se si facesse uso di un sistema elettorale non integralmente proporzionale e di far venir meno qualsiasi pluralismo;
– il grado di democraticità di un ordinamento giuridico su cui si poggia l’intero sistema che disciplina la rappresentanza e la governabilità e la loro conciliabilità;
La riduzione del numero dei parlamentari, unito alla vigenza di leggi elettorali incostituzionali che di fatto hanno trasferito alle segreterie nazionali dei partiti il potere di scelta e di nomina degli eletti, l’attuale restringimento degli spazi democratici, con conseguente accrescimento dei poteri del governo, ingenera il sospetto che si voglia soffocare la volontà delle minoranze e rafforzare il potere dei partiti che compongono la maggioranza governativa ed il potere già ampio dello steso esecutivo, con grave lesione di ogni regola democratica.
Come affermò i nel 1947, nel corso dei lavori della Costituente, il segretario del Pci, on.le Palmiro Togliatti, tagliare il numero dei parlamentari, significa tagliare la rappresentanza del popolo in parlamento.
Se l’eletto si distacca troppo dall’elettore, acquista la figura soltanto di rappresentante di un partito e non più di rappresentante di una massa vivente, che egli in qualche modo deve conoscere e con la quale deve avere rapporti personali e diretti.
In questo momento in cui i nostri diritti costituzionali sono già in serio pericolo per le numerose iniziative governative connesse con l’emergenza “covid-19, ovvero Coronavirus”, non possiamo ingenuamente cadere nel tranello di ridurre ancora di più gli spazi democratici.
Con la vittoria del Si sarebbe accentuata la verticalizzazione del sistema politico-istituzionale in composizione ridotta, con collegi sempre più vasti, candidati posti nella impossibilità di essere presenti sul territorio e si avrebbe invece una maggiore e più prepotente influenza del web e dei media.
La selezione dei rappresentanti, attraverso le famigerate “liste bloccate diverrebbe la regola” e la partitocrazia nelle mani dei padroni dei partiti e del capitale si rafforzerebbe.
La riduzione drastica del numero dei parlamentari incide sulla rappresentanza, sulla sovranità popolare e sulla democrazia.
Le reale necessità è invece quella di introdurre un percorso diverso nel sistema politico attuale che si avvia verso un ulteriore peggioramento, favorendo la rinascita di una forma partito, che sappia veicolare le istanze dalla società alle istituzioni, esercitando, «con metodo democratico», quel ruolo di intermediazione che consente ai cittadini di «concorrere… a determinare la politica nazionale» (art. 49 Cost.).
Altro effetto controproducente della riduzione dei parlamentari, sarebbe l’impatto negativo che si avrebbe sull’organizzazione interna delle Camere, si rifletterebbe in una riduzione del numero dei componenti delle commissioni parlamentari, sicché, a numero invariato di commissioni, i singoli deputati e senatori, soprattutto dei gruppi minoritari, sarebbero chiamati a partecipare a un numero più elevato di commissioni, trascurando i lavori parlamentari.
La riduzione del numero dei parlamentari non è che grimaldello di un processo che vede il Parlamento sempre più depotenziato, la rappresentanza svuotata, effetto questo pericoloso in quanto si inserisce in un processo di progressiva distruzione dei partiti politici, quelli autentici, quali strumenti di raccordo fra società ed istituzioni, in grado di rappresentare diverse istanze sociali nazionali e mondiali.
La governabilità in sé costituisce certamente un valore cui tendere, ma ciò non può avvenire a scapito della democrazia e se ciò avviene si crea un distacco rispetto alla rappresentanza, con conseguente sacrificio del pluralismo.
Dinnanzi a tutto questo il Parlamento italiano appare assente, rassegnato e succube del potere dell’esecutivo.
Nessuna iniziativa ha ritenuto di intraprendere il nostro Parlamento quando il presidente del Consiglio, scavalcando i suoi reali poteri e aggirando le sue prerogative, il 31 gennaio 2020, mettendolo nell’angolo il Parlamento ha assunto per sé e da sé poteri straordinari eccezionali che non gli competevano.
Eppure avrebbe potuto avvalersi dell’art.62 comma 2 della Costituzione che prevede l’autoconvocazione su iniziatva di 1/3 dei rappresentanti di una delle due camere.
Nessuno dei parlamentari ha poi ritenuto di far uso dell’azione diretta innanzi alla Corte Costituzionale seguendo la strada aperta con l’ordinanza n.17/2019 che ha riconosciuto al singolo parlamentare, quale titolare di un potere dello Stato il diritto di adire personalmente e direttamente la Corte per sollevare questioni di conflitto di attribuzione, di cui ha parlato il Presidente della Consulta dr.ssa Marta Maria Carla Cartabia nella sua ultima relazione annuale, fornendo indirettamente al Parlamento l’imput per attivare uno strumento a tutela delle sue prerogative costituzionali.
Dunque il quesito referendario, su cui i cittadini dovranno esprimere la loro volontà il 20 e 21 settembre solo apparentemente appare innocuo, se ci si limita a considerare l’aspetto della pura e semplice diminuzione del numero dei parlamentari.
Se invece si esamina il tutto nel contesto dell’impianto costituzionale vigente e di quello che si verrebbe a configurare, si comprende che quella su cui siamo chiamati a votare è solo il cavallo di Troia di un successivo sconvolgimento degli equilibri istituzionali, con una riduzione di rappresentatività ed il rafforzamento dei capi partito che scelgono e nominano i parlamentari attraverso il loro posizionamento nei primi posti delle liste e l’occupazione totale del potere da parte dell’elite che muove e controlla l’economia e la finanza internazionale.
Nella Costituzione vigente il potere deriva dal consenso popolare (art.1) ed il popolo sovrano lo delega al Parlamento limitatamente alla durata di ogni legislatura, al contrario, se la riforma costituzionale fosse completata nella sua interezza, avremmo una democrazia plebiscitaria, diretta ed autoritaria in cui il potere verrebbe affidato all’esecutivo che inevitabilmente entrerebbe in conflitto con il Parlamento, scavalcandolo, ignorandolo ed isolandolo, come già sta avvenendo dal 31 gennaio 2020 dopo la dichiarazione di emergenza Coronavirus adottata dal Consiglio dei Ministri invocando impropriamente ed illegittimamente il D.lgs n.1/2018 sulla protezione civile con la contestuale assunzione di pieni poteri da parte del presidente del Consiglio.
Una volta attuate le riforme costituzionali in cantiere che sono tra loro indissolubilmente collegate, avremmo un Parlamento di nominati dai partiti con un minor numero di componenti più facilmente condizionabili e ricattabili dal governo e dai gruppi politici di maggioranza che li hanno scelti.
Siamo giunti ad uno snodo assai delicato per le nostre istituzioni democratiche, aggravato dall’emergenza sanitaria, viviamo in un regime che reprime il dissenso, mira a costruire un consenso plebiscitario, abbandona il lavoratore ad un vorace sistema neoliberista, mondialista e totalitario, peggiore del vecchio e vituperato capitalismo, neoliberismo di nuova generazione che si dimostra sempre più aggressivo, che lascia aperte le frontiere a quanti vogliono entrare nel territorio italiano senza alcuna distinzione tra profughi, aventi diritto alla protezione internazionale ed immigrati irregolari vittime delle organizzazioni criminali, favorendo non solo l’immigrazione clandestina, ma anche l’aumento dei disagi sociali, la creazione di diseguaglianza e l’aumento di zone controllate dalla criminalità.
Dietro la riforma costituzionale, quale che siano le parole impiegate per motivarla, accattivanti o inquietanti, si intravede un disegno contro-riformatore organico che ha lo scopo di spingere la nostra Nazione verso un cambiamento istituzionale senza precedenti, sicuramente in spregio anche del divieto contenuto nell’art.139 della Costituzione.
Purtroppo esiste una sottile linea di confine tra la democrazia e forme di governo totalitario, sicchè anche una democrazia può trasformarsi facilmente in una oligarchia autoreferenziale ed autoritaria.
Pertanto è importante e indispensabile votare NO perché questa scellerata riforma complessiva va avversata, sventata e rigettata.
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