I Monarchici e la Politica

 

Sono trascorsi ormai oltre 47 anni da quando i monarchici, fino al 1972 rappresentati in Parlamento dal Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM), abbandonarono la scena politica italiana confluendo in parte nel progetto “MSI-Destra Nazionale” elaborato dall’on.le Giorgio Almirante, all’epoca segretario del MSI. I monarchici italiani, di tradizione liberal riformista hanno origini piuttosto antiche, precedenti alla nascita della stessa Repubblica.

La denominazione del primo partito organizzato dei monarchici fu quella di Partito Democratico Italiano (PDI).  Con tale denominazione si sono identificati due diversi partiti politici, entrambi di ispirazione monarchica.

Il primo, il Partito Democratico Italiano, i cui esponenti più rappresentativi furono Roberto Lucifero e Vincenzo Selvaggi, fu costituito a Roma nel giugno 1044 a seguito della fusione di diversi movimenti monarchici clandestini antifascisti (il Partito d’Unione Democratica, il Centro Democratico Italiano, il Partito Progressista Italiano, il Centro della Democrazia Italiana, il Partito Sociale Democratico, il Partito d’Unione, il Movimento di Rinnovazione Democratica e l’Unione Democratica Nazionale del Lavoro) operanti dopo l’8 settembre 1943 nell’Italia del centro sud.

Il PDI assunse subito le caratteristiche di un vero e proprio partito politico, presentandosi come un partito nuovo, “non schiavo di formule e dogmi”, ma  aperto e libero “di fronte ai problemi nuovi”.

Il P.D.I. rivolgeva il pensiero a tutti i combattenti per la guerra di liberazione che, nell’esercito regolare e nelle formazioni delle libertà, avevano tenuto alto l’onore d’Italia, e a tutti i reduci che, soffrendo per una guerra ingiusta, avevano egualmente meritato il rispetto e la stima della Nazione.

In politica estera affermava la necessità di difendere in un clima di collaborazione europea le frontiere etniche e geografiche e di tutelare i diritti dello stato italiano sui territori africani acquisiti prima dell’avvento del fascismo, che costituivano un libero sfogo all’emigrazione dei lavoratori italiani. In politica interna proclamava che il supremo interesse del Paese esigeva da subito il ristabilimento dell’Ordine, la rivendicazione delle Libertà dei cittadini e la Difesa della loro Sicurezza, in un clima di Giustizia e di Equità che sole potevano garantire il progresso sociale, il lavoro ed il benessere. In materia religiosa il PDI si rapportava ai principi cristiani, premessa indispensabile per una ricostruzione morale del Paese.

Nel campo sociale poneva in guardia i lavoratori di ogni categoria dai programmi demagogici di alcuni partiti, che considerava inattuabili e contrari ai veri interessi delle classi lavoratrici.

Veniva inoltre affermata la necessità di avviare un graduale processo di redistribuzione del capitale attraverso il progressivo aumento delle retribuzioni e di favorire il risparmio, onde agevolare lo sviluppo delle piccole imprese artigiane, commerciali ed industriali, le proprietà rurali ed urbane, presupposto fondamentale per l’elevazione morale e materiale delle classi meno abbienti. In materia istituzionale il Partito Democratico Italiano vedeva nel mito della Repubblica, clamorosamente e passionalmente agitato dai partiti di sinistra, un motivo demagogico per contrabbandare altri fini ed altri programmi e vedeva invece favorevolmente, nella situazione storica del dopoguerra, in una rinnovata Monarchia costituzionale e parlamentare, una garanzia di libertà e di progresso.

Il Partito Democratico Italiano (PDI) nel 1946 partecipò alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno ed alle elezioni politiche con la coalizione “Blocco Nazionale delle Libertà” (BNL). Nel settembre 1946 il PDI si sciolse ed una parte dei suoi esponenti confluirono nel Partito Liberale Italiano.

L’altra parte dei monarchici che non avevano aderito al Partito liberale, insieme ad altri gruppi confluiti dalla Concentrazione Nazionale Democratica Liberale  (CNDL) e ad altre formazioni monarchiche minori fondarono invece il Partito Nazionale Monarchico (PNM), di cui il primo segretario fu  l’on.le Alfredo Covelli . Nel 1954 dal PNM si staccò il Partito Monarchico Popolare guidato da Achille Lauro. Nel 1959, per effetto della fusione tra il  PNM ed il PMP, risorse il PDI (Partito Democratico Italiano) che dopo due anni, il 7 marzo 1961, assunse la denominazione di Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM), confluito poi nelle elezioni politiche del 1972 nel MSI-Destra Nazionale.

I più importanti rappresentanti del partito dei monarchici italiani furono Alfredo Covelli ed Achille Lauro. Il primo, eletto deputato nella lista del Blocco Nazionale della Libertù e venne sempre confermato alla Camera fino al 1972. Dopo l’incorporazione del PDIUM nel MSI-Destra Nazionale l’on.le Covelli divenne presidente del Movimento Sociale Italiano; nel 1977 guidò la scissione che diede vita alla formazione Democrazia Nazioonale di cui divenne presidente, prima di ritirarsi dalla vita politica attiva.

Il secondo, Achille Lauro, armatore e fondatore della Flotta Lauro, all’epoca una delle più prestigiose e potenti flotte italiane, tra le più importanti aziende del meridione, possedeva un vero e proprio impero finanziario cresciuto anche per la geniale ed aperta intuizione del comandante Lauro di compartecipare tutti i suoi dipendenti alle sue svariate attività.

Dotato di grande intuizione e carisma Lauro aveva compreso quali fossero i pensieri ed i bisogni del popolo campano e dei napoletani in particolare i quali nutrivano nei suoi confronti affetto, un totale rispetto e quasi una vera e propria venerazione, tanto che nelle elezioni comunali del  1952 ed in quelle del 1956 Lauro sfiorò la quota di trecentomila voti di preferenza ed  alle elezioni politiche del 1953 realizzò ben 680 mila preferenze alla Camera, traguardi questi mai raggiunti da nessun altro candidato.

Nella loro lunga presenza in parlamento, protrattasi ininterrottamente dal 1946 al 1972, i monarchici collaborarono ai lavori dell’Assemblea Costituente per la elaborazione della Costituzione, parteciparono attivamente ai lavori parlamentari ricevendo il plauso e la stima del Presidente del Consiglio De Gasperi, appoggiarono esternamente i primi governi democristiani, furono determinanti nella elezione di due presidenti della Repubblica (Segni e Leone) e contribuirono fattivamente, nel 1953, alla bocciatura della cd. “legge truffa”.

A tale proposito occorre ripercorre i punti salienti di quella legge fortemente voluta dalla Democrazia Cristiana, per le analogie che essa presenta con la vigente legge elettorale e con i progetti di riforma elettorale attualmente all’esame delle forze politiche.

La proposta governativa di modifica del sistema elettorale, presentata alla fine del 1952 ed approvata nei primi mesi del 1953, prevedeva che qualora un partito, o più partiti apparentati, presenti cioè sotto lo stesso simbolo in almeno cinque circoscrizioni su 31, avessero raggiunto il 50% più uno dei voti validamente espressi, avrebbero ottenuto il 65% dei seggi.

Il restante 35% sarebbe invece stato assegnato ai partiti di opposizione in proporzione ai risultati conseguiti da ciascuno.

La nuova legge nasceva dalla convinzione che per assicurare la governabilità del Paese fosse necessario puntare alla stabilizzazione degli equilibri centristi, contenendo l’avanzata delle sinistre e delle destre che nel 1952 apparivano in crescita.

Per meglio consolidare il proprio potere pertanto la D.C. riteneva quindi necessario rafforzare la coesione e la compattezza dell’esecutivo.

In sostanza l’introduzione di un meccanismo maggioritario avrebbe consentito oltre alla governabilità del paese una maggiore tutela della giovane democrazia.

La presenza di vari partiti, all’epoca meno numerosi di oggi, induceva il partito di maggioranza relativa al sacrificio del sistema elettorale proporzionale e di quello basato su di una democrazia rappresentativa, in favore di una diversa concezione istituzionale organizzata invece sulla centralità del governo che, ponendo un argine al ruolo dei partiti, avrebbe ridotto il rischio di una eccessiva interferenza degli schieramenti della sinistra e della destra.

Secondo i monarchici invece il sistema proporzionale doveva considerarsi il meccanismo più idoneo per rispettare le regole democratiche.

Per questa ragione l’obiettivo della battaglia politica condotta dai monarchici veniva individuato proprio nella difesa del sistema proporzionale “puro” come strumento di garanzia del rispetto della sovranità popolare e della assoluta indipendenza delle varie formazioni.

Con la sconfitta dei fautori della “legge truffa” fallì quindi il tentativo di intervenire sul sistema elettorale come correttivo degli squilibri politico-istituzionali e venne respinto il progetto maggioritario.

Tale epilogo è stato poi interpretato da qualcuno come un tentativo prematuro di passaggio al sistema maggioritario e dai fautori di tale innovazione come un’occasione persa per sottrarre il Governo al controllo diretto dei partiti e consentire la stabilità dell’esecutivo.

La storia più recente ha dimostrato invece che proprio il sistema maggioritario, privo di elezioni primarie gestite con regole certe dallo Stato ed il sistema delle liste bloccate non sottrae il Governo e lo stesso Parlamento al controllo diretto e totale dei partiti.

Fatta la premessa che precede, occorre oggi aprire un grande dibattito sulla questione monarchica per analizzare e decidere se sia opportuno, attuale, utile e necessario un ritorno attivo di una formazione partitica monarchica.

La questione non è di poco conto, non si tratta di stabilire se in Italia debba riproporsi l’istituzione monarchica perché tra i monarchici distribuiti come in passato tra varie associazioni sono pochi i legittimisti, o coloro che guardano ad una restaurazione.

La monarchia non è una forma istituzionale che può decidersi con una maggioranza del 50% più uno dei consensi, ma deve essere sentita e voluta da un intero popolo.

La Repubblica è ormai consolidata e non ha nulla da temere da un pensiero monarchico organizzato politicamente che possa nuovamente esprimere dei suoi rappresentanti nel Parlamento e nelle altre istituzioni.

L’apporto dei monarchici sarebbe soltanto un valore aggiunto oggi mancante, atteso che gli stessi sono portatori di alcuni principi quali il rispetto dell’unica sovranità che conta, che è quella popolare, la terzietà dei vertici delle istituzioni, la garanzia della separazione dei poteri, la tutela delle minoranze, il senso dello Stato, lo spirito di servizio verso le istituzioni, valori questi oggi sempre più obsoleti e negletti.

Credo che sia giunto il momento di riprendere il cammino interrotto nel lontano 1972 con uomini nuovi, i giovani di quel periodo e con quelli che son venuti dopo di loro che, pur assenti dalla scena politica per tutto il tempo che è trascorso, hanno continuato a prepararsi politicamente per dare il meglio di sé in occasione ove la necessità di un impegno diretto li avesse chiamati.