Un partito politico è un soggetto di diritto privato disciplinato dalla normativa civilistica in materia e trova tutela sul piano costituzionale nell’ambito della libertà dei cittadini di associarsi in partiti politici (art.18 e 49 Cost.).
Quindi i partiti non sono altro che libere associazioni di fatto non riconosciute utilizzate dai cittadini come strumento di esercizio della sovranità popolare.
In forza dell’art. 1 Cost. il partito è uno strumento di esercizio della sovranità popolare e persegue la finalità di determinare la politica nazionale, la quale è strettamente connessa a una funzione pubblica e costituzionale.
I partiti politici in Italia scelgono prevalentemente di operare come associazioni di fatto disciplinate dall’art. 36 cod. civ. per beneficiare di maggiore flessibilità gestionale ed organizzativa, di costi più contenuti, senza i vincoli burocratici ed i controlli pubblici che sono invece previsti per le persone giuridiche, prediligendo quindi una libertà d’azione e una rapidità decisionale, caratteristiche fornite dalla forma di associazione di fatto che non avrebbe un ente giuridicamente riconosciuto.
Per accedere ai benefici fiscali e al finanziamento privato (come il 2×1000), i partiti devono comunque iscriversi a un registro nazionale e avere uno statuto conforme a certi “canoni democratici”, senza che questo equivalga al riconoscimento della personalità giuridica.
Tuttavia non sempre quella democrazia formale inserita negli statuti viene poi in concreto applicata all’interno del contenitore partito.
Con il passaggio dalla “Prima” alla “Seconda Repubblica” ha avuto luogo nei primi anni ’90 una profonda trasformazione del sistema politico senza alcuna modifica formale e sostanziale della Costituzione del 1948.
Da quel momento, a poco alla volta è avvenuto che i partiti si sono trasformati in veri e propri comitati elettorali gestiti da pochi promotori e si è contemporaneamente diffusa una personalizzazione dei partiti, quel fenomeno per cui ciascun leader politico ha assunto un ruolo centrale rispetto alle ideologie e alle strutture organizzative del partito stesso, con la conseguenza di diventare il “marchio” su cui viene focalizzata la campagna elettorale e la comunicazione mediatica.
In tale nuovo scenario è diffusa la percezione che gli iscritti ad un partito contino poco nelle dinamiche politiche moderne, anche se le tessere di partito sono ancora utili per l’organizzazione formale interna prevista dallo statuto, per il radicamento sul territorio e per il finanziamento.
Il tesseramento infatti non serve assolutamente a definire la linea politica nazionale che in genere viene gestita dai vertici sulla base della indicazione e della volontà del leader.
In Italia non c’è alcun bisogno di nuovi partiti verticistici, caratterizzati da decisionismo e autoritarismo dei rispettivi leader e da una struttura gerarchica forte.
Un partito che vuole apparire moderno, ma percorre lo stesso sentiero di quello che è avvenuto con l’avvento della Seconda Repubblica” non serve per proteggerci dalle oligarchie liberiste dominanti, dalla globalizzazione selvaggia, dalle guerre, dall’Unione Europea, dalla NATO e per combattere il transumanesimo che avanza a tappe forzate schiacciando i cittadini.
Molti di coloro che hanno vissuto nella “Prima Repubblica” ed hanno conosciuto i partiti dell’epoca, ne rimpiangono la scomparsa, perché è stato eliminato un sistema politico basato su partiti di massa strutturati, con classi dirigenti preparate, con una migliore visione delle necessità del Paese e dei suoi cittadini ed una capacità di elaborazione ed attuazione di strumenti utili per la collettività.
In realtà prima vi era più democrazia, sia sostanziale, che formale.
La democrazia (termine derivante dal greco “demos” (popolo) e “kratos” (potere) dovrebbe consistere in una forma di governo in cui il potere appartiene al popolo, che lo esercita direttamente o attraverso rappresentanti eletti attraverso una selezione della classe dirigente operata dai partiti sulla base delle competenze e capacità di ciascuno degli aspiranti candidati, ma con il passare del tempo e l’introduzione di leggi elettorali incostituzionali il concetto di democrazia si è svilito e non significa più governo con il consenso del popolo e nell’interesse del popolo, anche in considerazione del fatto che il suffragio universale ancora in uso è anche compatibile con il regime opposto alla democrazia che è l’autocrazia.
Oggi assistiamo ad una degenerazione della democrazia in cui una minoranza, ottenendo, attraverso astuti, ma incostituzionali, meccanismi elettorali la maggioranza parlamentare e governativa, esercita un potere autocratico che spesso collide con la volontà popolare.
Quindi in questo inquietante scenario, spesso definito come oligarchia o tirannia della maggioranza, perché il potere è esercitato per favorire un gruppo ristretto, la sovranità, che appartiene al popolo, viene di fatto completamente svuotata e trasferita e delle associazioni di fatto non riconosciute.
Quali le soluzioni? I partiti purtroppo non esistono più e con essi sono venute meno le ideologie su cui gli stessi basavano la loro legittimità.
Le ragioni del declino dei partiti sono molteplici, tra queste la più significativa è quella della restrizione dei diritti fondamentali che pur dovrebbero essere garantiti dall’art.2 della Costituzione e che, nell’indifferenza generale, ma soprattutto degli stessi partiti, sistematicamente continua ad avanzare prepotentemente, nonché, la incapacità di confrontarsi con i cambiamenti epocali intervenuti negli ultimi decenni, come la globalizzazione dell’economia e della finanza, il transumanesimo, lo sviluppo della rete, l’introduzione generalizzata delle tecnologie digitali, che hanno accelerato il processo di ridimensionamento della sovranità statale, l’abbandono di una visione nazionale, essendo la politica trascinata nel vortice di una dimensione sovranazionale.
Il potere è poi in gran parte migrato altrove, continua a crescere il condizionamento degli strumenti a disposizione dell’élite che indirizzano gli orientamenti di quella che un tempo si chiamava propriamente “opinione pubblica”.
Le forme della democrazia sono rispettate, ma la sostanza è ormai svanita.
Non possiamo arrenderci dinnanzi ai nuovi poteri che vengono ancora esercitati attraverso dei nuovi partiti totalmente svuotati da ogni reale forza politica o ideologica.
Per ritornare nella legalità costituzionale occorrerebbe varare una legge elettorale per l’elezione alle Assemblee parlamentari di tipo proporzionale, affinché le diverse identità politiche possano trovare più facilmente i loro elettori e si ponga un freno al fenomeno dell’astensionismo elettorale, rivitalizzando così la democrazia rappresentativa, che dovrebbe però essere accompagnata dall’educazione civica nelle scuole e dalla valorizzazione della storia delle istituzioni, per riconnettere i cittadini alla politica
Occorrerebbe eliminare dalle leggi elettorali le soglie di sbarramento per consentire, come avveniva un tempo, l’assegnazione di seggi anche ai partiti minori, che molte volte rappresentano centinaia di migliaia di elettori, riservare un eventuale moderato premio di governabilità a coalizioni che si presentino unite alle elezioni e raggiungano il 50% dei voti validi, eliminare il turno di ballottaggio, consentire a tutte le forze politiche su un piano di parità di avere spazi pubblici, sale attrezzate per conferenze e dibattiti e materiale pubblicitario anche da affiggere negli appositi spazi a ciò destinati, tutto a titolo completamente gratuito.
Soltanto, attraverso una rivisitazione di quello che da troppo tempo abbiamo accantonato e in alcuni casi dimenticato potremo ritrovare la voglia di lottare e la forza di credere in noi stessi e nel futuro della nostra democrazia e della nostra Nazione.

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