
Una questione, davvero delicata, che nessuno vuole mai affrontare con coraggio è quella che ogni magistrato dovrebbe limitarsi ad applicare la legge.
L’interpretazione della legge dovrebbe essere riservata esclusivamente al legislatore, come peraltro era previsto nello Statuto Albertino del 1848, legge fondamentale dello Stato italiano fino al 22.12.1947 data in cui venne approvata e successivamente entrò in vigore la Costituzione.
L’interpretazione della legge, cui da oltre 50 anni fanno ricorso i magistrati attraverso una forzatura della stessa Costituzione, comporta una totale incertezza del diritto in quanto la legge viene applicata a secondo della ideologia, dell’appartenenza politica, della amicizia o inimicizia, della simpatia o antipatia, della cultura giuridica o della sua assenza e/o della convenienza del momento.
Spesso accade poi che una legge viene disapplicata o addirittura creata, con la conseguenza di una ingerenza indebita della magistratura in poteri che non le appartengono, quello esecutivo e quello legislativo, poteri che in ogni democrazia fondata sullo Stato di diritto devono rimanere sempre separati.
Il messaggio da lanciare è quello che si rende necessario ed urgente un intervento legislativo sulla magistratura, a cominciare dalla trasformazione dei termini che la riguardano da ordinatori in perentori con l’introduzione di sanzioni in caso di loro mancato rispetto, per proseguire con una nuova legge sulla responsabilità civile personale dei magistrati e la cancellazione della legge Vassalli che ha elargito loro l’impunità, riforme tutte queste che si possono fare con legge ordinaria.
Mentre con una revisione della Costituzione si potrebbe procedere alla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, alla modifica dell’ordinamento giudiziario e del CSM, all’introduzione di un organismo terzo che si occupi degli esami per accedere alla funzione di magistrato e dei procedimenti disciplinari che riguardano i magistrati per evitare che si continui a trasferire da padre in figlio, da generazione in generazione l’appartenenza ad un ordine (rectius corporazione) e nel contempo ad un potere che non proviene dal popolo sovrano, ma, come detto, da un concorso gestito prevalentemente dagli stessi magistrati.
Questo è lo spunto di riflessione frutto della mia lunga esperienza nelle aule giudiziarie che sottopongo alla attenzione di tutti.
