In base alla narrativa ufficiale ricorre l’8 settembre l’ottantaduesimo anno dalla morte della nostra Patria dopo i devastanti bombardamenti anglo americani e la resa senza condizioni con la sottoscrizione dell’umiliante armistizio corto di Cassibile del 3 settembre 1943, tenuto segreto per volontà degli alleati per cinque giorni prima della sua comunicazione e prodromo, insieme al successivo armistizio lungo di Malta del 29 settembre 1943 e al Trattato di Pace punitiva di Parigi del 10 febbraio 1947, della perdita della sovranità e indipendenza nazionale e della trasformazione dell’Italia in una colonia anglo-americana.

Dopo la sfiducia nei confronti del capo del governo del 25 luglio 1943 da parte del Gran Consiglio del Fascismo, Re Vittorio Emanuele III nominò presidente del consiglio il maresciallo Pietro Badoglio, il quale nella sua prima esternazione dichiarò che la guerra continuava, con il risultato del protrarsi con maggiore accanimento dei bombardamenti degli anglo americani sull’Italia.

Anthony Eden, segretario di stato per la guerra, già nell’agosto 1940, aveva scritto a Churchill: “È mia convinzione che sia di importanza primaria sviluppare la nostra offensiva contro gli italiani nel Mediterraneo via terra, mare e aria. L’Italia è il partner debole [dell’Asse], e abbiamo più possibilità di buttarla fuori dalla guerra bombardandola rispetto a quante ne abbiamo con la Germania.”

Per convincere gli italiani ad esercitare pressione sul governo e indurlo alla resa, le bombe anglo americane erano spesso precedute e seguite da lanci di volantini contenenti messaggi a senso unico, attività che si intensificò nell’autunno del 1942 di pari passo con l’aumento del numero e della intensità dei bombardamenti.

La funzione psicologica della persuasione attraverso la paura della morte – un metodo infallibile tuttora in uso – convinse così il popolo italiano che quel nemico, che si proclamava amico, non era un nemico e che invece il responsabile di tutto era da individuarsi nella persona del capo del governo, Benito Mussolini e nella alleanza con la Germania.

Gli anglo americani dopo il 25 luglio 1943 intensificarono i bombardamenti per far leva sul morale dei civili che, insieme alla propaganda anti-tedesca, induceva gli italiani ad esercitare a loro volta pressioni sul presidente del consiglio per indurlo a chiedere la pace, dal momento che se ciò non fosse avvenuto, sarebbero seguiti bombardamenti più devastanti, come preannunciavano i volantini che venivano gettati in ogni città dagli aerei anglo americani.

I bombardamenti furono quindi intensificati su tutte le più importanti città italiane, su porti ed obiettivi militari e su Zone industriali da cui derivarono decine di migliaia di morti tra i civili.

Napoli fu la città più bombardata d’Italia con circa 7000 vittime, ugualmente subirono bombardamenti a tappeto la Campania, il basso Lazio, in particolare Capua e Cassino, i centri industriali del nord come Genova, Milano, che registrò oltre 2000 vittime civili e Torino; le città portuali del sud, come Messina, Napoli, Bari, Brindisi e Taranto ne subirono centinaia, a Foggia le bombe distrussero addirittura il 75% degli edifici esistenti.

All’inizio di settembre l’Italia era già prostrata e fu quindi facile per gli alleati anglo americani ottenere la sua resa incondizionata.

Gravissime furono le responsabilità della Corona, del presidente del Consiglio, Pietro Badoglio e di tutti i consiglieri militari e politici non soltanto quando venne dichiarata la resa incondizionata e sottoscritto l’armistizio corto di Cassibile il 3 settembre, ma quando ebbe luogo la sua ufficializzazione, dopo ben 5 giorni, l’8 settembre 1943 con un proclama diffuso prima dal generale statunitense Dwight Eisenhower, alle ore 17:30 (ore 18:30 per l’Italia) attraverso i microfoni di Radio Algeri e a cura di Pietro Badoglio da Roma, alle ore 19:42, attraverso radio EIAR (antesignana della Rai), il quale dette lettura del seguente comunicato:  “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

Il caos che ne seguì determinò la spaccatura in due della nostra Nazione (Repubblica Sociale nel nord e Regno nel sud) e il dissolvimento dell’esercito italiano, forte di oltre un milione di uomini dislocati in Italia e di altri 900.000 dislocati nei Paesi occupati dall’Italia in Iugoslavia, in Grecia e nel continente africano.

I tedeschi nei giorni immediatamente successivi all’armistizio disarmarono e fecero prigionieri in Italia e all’estero circa 800.000 soldati italiani, la gran parte dei quali venne deportata nei lager, mentre diverse decine di migliaia dei nostri militari, dopo la consegna delle armi, furono trucidati, come avvenne a Cefalonia, sul cui eccidio, di circa 5000 militari italiani della Divisione Acqui, si è fatta luce soltanto a distanza di lunghi anni.

L’Italia e gli Italiani devono essere informati per conoscere la realtà dei fatti e poter fare i conti con la loro storia se vogliono riscattare e riconquistare la dignità e l’onore di un popolo.

Forse questa riflessione apparirà una nota stonata, ma occorre prendere le distanze dalla narrativa ufficiale, da una storia scritta dai vincitori e passati alla storia come “liberatori” e da tutti quei politici di casa nostra sempre arrendevoli, molte volte in conflitto di interessi ed altre volte al servizio permanente degli interessi stranieri.

La versione dei fatti fino ad oggi fornita, che invece è tanto cara al mainstream in cui l’orchestra dei giornalisti e degli opinionisti segue sempre lo spartito fornito da chi ha elaborato la relativa partitura, è assolutamente lontana dalla realtà ed è per questo che quei fatti che ci riguardano e di cui ancora oggi stiamo pagando le amare conseguenze, meritano un approfondimento.

Dopo la resa incondizionata del 3 settembre 1943 accettata con l’armistizio corto di Cassibile, venne sottoscritto in data 29 settembre 1943 nelle acque di Malta, sul quadrato della nave britannica “Nelson”, il “Lungo Armistizio”, protocollo del regime di occupazione e premessa del “diktat”.

La limitazione della sovranità del nostro Stato derivarono proprio dai citati armistizi che anticiparono il contenuto delle condizioni vessatorie che caratterizzarono poi la pace punitiva di cui al Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947.

Pertanto quella dell’8 settembre è una data da conservare nella memoria storica di ogni italiano, quale un giorno nefasto in quanto rappresentò per la nostra Nazione la perdita della indipendenza e per lo Stato della sovranità, anche militare, oltre che politica.

Proprio per questo abbiamo il dovere di accingerci ad una lettura più attenta ed obiettiva dei fatti storici in nome della ricerca e conoscenza della verità se vogliamo dimostrare a noi stessi di avere una piena autonomia intellettuale, condizione imprescindibile per esercitare la libertà di opinione e di giudizio.

Gli Italiani non possono dimenticare quello che è avvenuto nel periodo successivo al 25 luglio 1943 e dopo l’armistizio corto di Cassibile del 3 settembre 1943, fino al 10 febbraio 1947, data in cui Alcide De Gasperi appose la sua firma in calce al Trattato di Pace di Parigi predisposto dalle potenze alleate, alla cui stesura l’Italia non aveva partecipato.

Significativa a tale proposito è la  parte introduttiva del Discorso di Alcide De Gasperi, presidente del consiglio dell’epoca, alla Conferenza di pace di Parigi del 10 agosto 1946: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.”

Io, come italiano non posso dimenticare, anche se in quel periodo non ero ancora nato, ma ho il dovere di conoscere i fatti reali e di conservarne la memoria storica, per trasmetterla a chi verrà dopo di me.


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