(pubblicato su Paese Sera)

Taluni storici, convinti assertori della teoria dei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, ritengono che gli eventi ed i fatti abbiano la tendenza a ripetersi nel corso del tempo.

La storia italiana è costellata da innumerevoli interventi che nel bene o nel male hanno alterato la dinamica istituzionale, attraverso l’uso delle leggi elettorali.

Non si può affermare che tutte le riforme elettorali hanno inciso negativamente sulla democrazia del nostro Stato.

Ad esempio, l’allargamento del suffragio attuato da De Pretis nel 1882, o quello del 1912 di Giolitti, che introdusse il suffragio universale maschile, furono vere riforme democratiche, capaci di allargare la partecipazione in un paese censitario, come era l’Italia fin quasi alla fine dell’ottocento.

L’allargamento del suffragio fu poi completato il 31 gennaio del 1945 quando il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (Decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23).

Nel dopoguerra fu poi varato un sistema elettivo proporzionale (legge 7 ottobre 1947, n.1058) a suffragio universale e diretto con liste concorrenti che consentiva l’espressione di tre o quattro preferenze, secondo l’ampiezza dei collegi.

La Camera dei deputati fu eletta in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila; il Senato, a base regionale, in ragione di un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila.

Ugualmente può esprimersi un giudizio positivo sulla riforma elettorale, sia pure incompleta, che all’inizio degli anni 90 ha introdotto in Italia il sistema maggioritario ed il bipolarismo.

In un passato meno recente, nel 1953, vi fu invece un surrettizio tentativo di assicurare la stabilità del potere esecutivo attraverso la così detta “legge truffa”, che, in caso di approvazione, avrebbe attribuito un premio di maggioranza alla lista o alle liste collegate tra loro che, su tutto il territorio nazionale, avessero raccolto il 50,01% dei voti. Con tale riforma voluta da De Gasperi si tentò di puntellare il governo centrista insidiato dai partiti di destra e di sinistra, ma il tentativo non riuscì e la legge non fu approvata per pochi voti, anche grazie a una memorabile battaglia condotta in parlamento dalle opposizioni sia di sinistra, che di destra.

In un passato più remoto, invece, le cose andarono diversamente.. Giunto al potere nel 1922, Benito Mussolini manifestò subito la volontà di modificare il sistema elettorale e di conseguenza di indire nuove elezioni per costituirsi una Camera più favorevole, considerato che nelle elezioni del 1921 erano stati eletti appena 35 deputati fascisti. La legge elettorale n.2444 del 18 novembre 1923, meglio nota come legge Acerbo dal nome del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo, che ne fu l’estensore materiale, approvata dalla Camera il 21 luglio 1923 con 223 voti a favore e 123 contrari, dopo un dibattito che vide le opposizioni divise, rispondeva proprio a questa fondamentale esigenza di consolidamento del potere del cavalier Mussolini.

Si introdusse infatti un sistema che prevedeva l’istituzione di un Collegio Unico nazionale con l’attribuzione dei due terzi dei seggi alla lista che avesse riportato la maggioranza relativa, mentre l’altro terzo sarebbe stato ripartito proporzionalmente tra le altre liste di minoranza su base regionale.

Una volta vinte le elezioni ed ottenuto un parlamento amico del regime, l’Italia si avviò a grandi passi verso una vera e propria dittatura con le conseguenze nefaste che tutti ben conosciamo.

Seguì il disegno di legge sulla riforma della rappresentanza politica presentato alla Camera il 27 febbraio 1928 dal ministro della giustizia Alfredo Rocco, che introdusse un nuovo sistema elettorale che, negando la “sovranità popolare” e liquidando l’esperienza parlamentare, contribuì alla realizzazione di un regime autoritario basato sulla figura del Capo del governo.

Il provvedimento approvato dalla Camera senza discussione il 16 marzo riduceva le elezioni all’approvazione di una lista unica nazionale di 400 candidati, prevedendo la presentazione di liste concorrenti solo quando la lista unica non fosse stata approvata dal corpo elettorale.

La compilazione della lista era compito del Gran Consiglio del Fascismo, dopo aver raccolto le designazioni dei candidati da parte delle confederazioni nazionali di sindacati legalmente riconosciute e di altri enti ed associazioni nazionali. (Testo unico 2 settembre 1928, n.1993)

Il sistema elettivo fu poi definitivamente abbandonato nel 1939; la Camera dei deputati venne soppressa ed al suo posto venne istituita la Camera dei Fasci e delle corporazioni di cui facevano parte coloro che rivestivano determinate cariche politico-amministrative in alcuni organi collegiali del regime e per la durata delle stesse.

C’è qualche analogia tra la riforma elettorale approvata con una maggioranza governativa dalla CDL  e la legge Acerbo voluta dal capo del fascismo, anche se apparentemente possono sembrare diverse.

Mussolini voleva un sistema elettorale maggioritario, al contrario di Berlusconi oggi, però l’idea di fondo è la stessa, cioè quella di costruirsi un Parlamento di cooptati, scelti dalle oligarchie dei partiti che poi possa varare delle leggi su misura volte al consolidamento del potere del capo del governo, che tende a diventare sempre più solitario, meno partecipato e meno controllato.

Mussolini voleva una maggioranza forte, Berlusconi vuole garantirsi in ogni caso sia una forte governabilità, che una forte sopravvivenza politica in caso di sconfitta elettorale.

Non si comprenderebbe altrimenti il perché  Berlusconi, strenuo difensore del maggioritario, abbia cambiato improvvisamente idea alla fine della legislatura e prima delle elezioni politiche.

Le nostre riforme elettorali degli anni 90 dettero inizio al bipolarismo allorchè la società ed il mondo politico erano ormai al culmine di una grave crisi di sistema.

Dopo l’esperienza del bipolarismo, si è invece manifestata una totale inversione di tendenza e proprio il centrodestra, sostenitore del maggioritario, alla vigilia della prova elettorale, si è precipitato ad imporre ed approvare, attraverso una maggioranza governativa, una nuova riforma di tipo proporzionalista con liste bloccate dai partiti.

Un cambiamento così repentino, così autoritario e così involutivo delle regole elettorali non è per niente condivisibile non soltanto perché inopportuno, perché realizzato da una maggioranza governativa e senza la necessaria partecipazione ed il contributo di tutti i rappresentanti del popolo sovrano, ma soprattutto perché costituisce una pericolosa innovazione che riduce inevitabilmente la libertà e la possibilità di scelta da parte del cittadino elettore.

Se la teoria dei corsi e dei ricorsi dovesse rivestire quel carattere scientifico che alcuni storici le attribuiscono, una innovazione di tale portata, che incide sulla scelta dei parlamentari, i quali verranno eletti per cooptazione, sarebbe il primo passo verso un futuro infausto per le libertà ed i diritti democratici dell’intero popolo italiano.

Ognuno ha il dovere di fare la sua parte per difendere i principi costituzionali, in primo luogo quello della sovranità popolare, così gravemente condizionata dalla legge elettorale che ci apprestiamo a sperimentare.