(pubblicato su “IL PAESE NUOVO” maggio 2007)
A distanza di circa cinque anni dalla riforma del titolo V della Costituzione ed in particolare dall’abrogazione dell’art.130 si impone qualche interrogativo: Le “mani libere” invocate dagli amministratori nella gestione del denaro pubblico hanno prodotto qualche beneficio ai cittadini?
La legalità, la trasparenza e la democrazia nella vita degli enti locali è forse migliorata e cresciuta in questi ultimi cinque anni? Prima di dare una risposta a queste domande è opportuno un breve cenno sul sistema dei controlli preesistente alle riforme avviate con le leggi Bassanini, culminate con la abrogazione dell’art.130 della Carta fondamentale.
La Costituzione affidava ad un organo della Regione, il Coreco, il controllo di legittimità sugli atti degli enti locali.
Con l’entrata in vigore della legge costituzionale n. 3/2001 e l’abrogazione degli articoli 130 e 125, l’intera classe politica, in maniera traversale, ha manifestato da subito la volontà di pervenire tout-court all’abolizione di tutto il sistema dei controlli di legittimità.
In buona sostanza, il controllo è stato considerato come una sorta di ostacolo alla gestione ed all’amministrazione della cosa pubblica, con la conseguenza che quello che era l’unico sistema di garanzia dei diritti del cittadino nel corretto uso ed impiego delle risorse economiche pubbliche è divenuto l’agnello sacrificale da immolare in nome di una non meglio identificata efficienza ed efficacia dell’attività di governo e di gestione dell’ente locale.
Coerentemente a tale principio surrettizio sono stati approvati dal legislatore numerosi mutamenti che hanno stravolto il nostro ordinamento: separazione dell’indirizzo politico dalla gestione, con la conseguenza che da un lato è stata sostanzialmente svuotato il ruolo degli organi rappresentativi (consigli comunali, provinciali e regionali) e dall’altro rafforzato quello degli organi di governo (sindaci, presidenti delle province e delle regioni e giunte).
Questi ultimi però, proprio con l’alibi della separazione tra indirizzo politico e gestione, sono divenuti sostanzialmente irresponsabili, per cui dei loro eventuali fallimenti (più o meno dolosi o colposi) nelle scelte di governo sono oggi chiamati a rispondere soltanto i dirigenti.
Un esempio paradigmatico degli effetti devastanti di questo nuovo sistema è quanto si è verificato nella città di Taranto, dove si prevede che per i prossimi 15 anni i cittadini dovranno affrontare enormi sacrifici, in termini di pressione fiscale e di contrazione di servizi, per poter rientrare da quello che è stato definito il dissesto più consistente dopo quello di Napoli.
Quanti altri dissesti seguiranno prima che si decida di cambiare rotta? L’attuale sistema di controlli, sia interni (Revisori dei Conti) che esterni (TAR, Corte dei Conti e Giudice Ordinario) si sono rivelati un totale fallimento, dal momento che i revisori dei conti sono nominati dagli stessi amministratori su base spartitoria, mentre gli organi giurisdizionali risentono della notoria lentezza della giustizia.
Da questo punto di vista giornalmente assistiamo a decisioni della Corte dei Conti che condannano gli amministratori alla restituzione di somme per responsabilità amministrative. Sarebbe assai interessante sapere quanto poi lo Stato riesce a recuperare in concreto. In un sistema democratico fondato sullo stato di diritto non vi può essere un potere senza un contropotere che eserciti la funzione di controllo.
Chi amministra deve sottoporre le proprie scelte e decisioni oltre che al vaglio politico di chi lo ha eletto, anche alle verifiche della legalità e dell’efficienza.
Altrimenti non avremmo un sindaco democraticamente eletto ma un oligarca ed il Comune sarebbe una sorta di Signoria.
Un’altra finzione cui si è fatto ricorso per giustificare la semplificazione del sistema dei controlli è quella secondo la quale l’ente pubblico dovrebbe essere amministrato e gestito secondo criteri tipici della gestione di un’azienda privata, in cui risalta la funzione manageriale e la semplificazione delle strutture.
Sotto questo aspetto riteniamo di dover fare una semplice osservazione: va bene come principio generale, ma deve essere accompagnato da un altro aspetto che caratterizza la gestione dell’azienda privata, che è quello della responsabilità personale di chi amministra, togliendo il velo ipocrita, tipicamente italiano, della distinzione tra indirizzo politico e gestione.
Da questo punto di vista i segnali invece non sono confortanti, solo ove si pensi che i nostri amministratori molto spesso, non considerandosi sufficientemente garantiti dalla distinzione sopra accennata, fanno continuo ricorso alla stipulazione di polizze assicurative, i cui costi sono scaricati sui contribuenti, per garantirsi da possibili responsabilità patrimoniali.
All’orizzonte purtroppo non si vedono segnali di cambiamento. Qualsiasi timida iniziativa di carattere legislativo si scontra con la volontà, assolutamente trasversale, dei politici di avere le “mani libere” nella gestione della macchina amministrativa e nell’impiego dei fiumi di denaro ad essa connessi.
E’ quindi assai probabile che l’unico controllo resti quello del corpo elettorale. Ma si tratta pur sempre di un controllo che interviene ogni cinque anni e che comunque, come l’esperienza purtroppo ci insegna, si può anch’esso aggirare e superare con sistemi che soffocano ed eliminano quel che ancora resta della nostra democrazia.