(publicato su Opinioni Nuove Notizie del dicembre 2013 pag.14)
La globalizzazione senza regole, le speculazioni in borsa senza capitali reali, l’avvento di economisti di terza generazione, completamente avulsi da ogni principio etico, hanno generato una vera e propria arma di distruzione di massa, con gravi danni in tutte le parti del mondo.
E’ sconcertante che la politica di tutti gli stati non abbia avuto la capacità di controllare e governare il fenomeno ed abbia invece preferito dipendere sempre di più da un prepotente soggetto astratto, di non facile identificazione, definito “IL MERCATO”.
Quella che prima appariva soltanto una sensazione si è purtroppo trasformata in una vera e propria amara constatazione: gli stati hanno deciso di farsi del male da soli.
Nello specifico in tutta l’Europa da anni si è entrati in una avanzata fase di recessione. Sono infatti presenti tutte le componenti che la caratterizzano: la diminuzione della crescita della produzione, l’aumento della disoccupazione e l’apparente contenimento dell’inflazione, derivante però dalla diminuzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori, ormai impoveriti.
La situazione viene poi aggravata da una difficoltà di accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese e dall’aumento dei tassi di interesse per i pochi fortunati che riescono ad accedere al credito bancario.
La recessione, ormai al di fuori di ogni controllo, ci spinge verso una vera e propria depressione senza fine e senza speranza di rinascita.
Nel contesto europeo, l’Italia, un tempo importante nazione industriale e commerciale, sta vivendo il periodo peggiore di tale ciclo economico, dal momento che continua inarrestabile la diminuzione della produzione, ormai di gran lunga inferiore rispetto a quella realizzabile con un pieno impiego dei fattori produttivi a sua disposizione, con la conseguenza di una flessione dei redditi.
Il prodotto interno lordo (PIL) è infatti diminuito di quasi 10 punti rispetto a dieci anni fa e non è difficile prevedere che continuerà a diminuire, aggravando ancor più la crisi economica, divenuta da tempo una “recessione prolungata”, con effetti che sono sotto gli occhi di tutti.
Le imprese chiudono per l’impossibilità di continuare il loro ciclo produttivo o avviarne uno nuovo, molte di esse falliscono e naturalmente cresce in maniera esponenziale la disoccupazione che si trasforma in vera e propria povertà per tutti gli strati sociali, in primo luogo quelli medi.
Siamo in presenza di una vera e propria violenta redistribuzione del reddito a favore di pochi ceti più alti, con l’inerzia dei ceti medi e la rassegnazione di quelli bassi, il tutto, accompagnato da una sorta di orgia del capitale finanziario.
Di fronte a tale scempio cosa hanno fatto i governi italiani dell’ultimo decennio?
Manovre rivolte all’adozione di misure di “austerity” che hanno inciso pesantemente sulle capacità reddituali dei cittadini italiani, comportando l’assurda conseguenza che più l’economia si piegava sotto il peso di un fisco arrogante e suicida e più si insisteva nel volerla rianimare attraverso nuovi prelievi.
Perpetuare una politica di governo che privilegia in primo luogo l’imposizione fiscale al posto delle riforme economiche, sociali e, soprattutto, dell’introduzione di regole che rendano umana la globalizzazione significa ancora di più stringere il cappio intorno alle possibilità di ripresa che in tal modo sarebbero definitivamente affossate, determinando scenari di crisi che inevitabilmente potrebbero far rivivere fantasmi del passato che credevamo aver definitivamente dimenticato.

