Per una prassi anomala, trasformatasi, per i cultori del diritto, in una scuola di pensiero, i magistrati italiani non si limitano alla pura e semplice applicazione della legge, come sarebbe previsto in Costituzione, ma la interpretano e conseguentemente possono lasciarsi influenzare dalla ideologia, dalla amicizia o inimicizia, dalla simpatia o antipatia; ma non è tutto, spesso disapplicano o creano la legge come avvenne nel caso del reato di concorso esterno in associazione mafiosa inventato dai magistrati inquirenti.
Con la libera interpretazione della legge ha luogo un pericoloso sconfinamento del potere giudiziario negli altri poteri (esecutivo e legislativo) e quindi, pur in presenza di casi analoghi, possono essere adottate pronunce giurisdizionali differenti in ogni ufficio giudiziario, con il risultato che viene meno la certezza del diritto e l’uguaglianza di tutti innanzi alla legge.
Era certamente più rigorosa la previsione dello Statuto Albertino del 1848 in cui all’art. Art. 73 era scritto: “L’interpretazione delle leggi, in modo per tutti obbligatorio, spetta esclusivamente al potere legislativo”.
L’unica soluzione per porre rimedio a questa anomalia tutta italiana, che costituzionalmente considerarsi un atto eversivo, si dovrebbe subito modificare con legge ordinaria la normativa che disciplina la responsabilità civile del magistrato che sbaglia, abrogando l’obbrobrio della legge Vassalli oggi vigente e con legge costituzionale riformare lo status di magistrati, che attualmente per definizione sono un ordine indipendente da ogni altro potere, di cui vengono investiti attraverso un concorso autogestito, in elusione del principio sancito nell’art.1 della costituzione in cui vi è scritto che la sovranità appartiene al popolo e andrebbero poi separate le carriere dei magistrati inquirenti da quella dei giudicanti, introducendo almeno per i pubblici ministeri il sistema elettivo, come avviene nei paesi anglosassoni, al cui sistema processuale il nostro codice di procedura penale si è ispirato.