
(da Opinioni nuove notizie n. 3 Marzo 2003)
Da lunghi anni i temi e i problemi della giustizia riempiono le cronache quotidiane e sono argomento di dibattiti, più o meno approfonditi, che molto spesso non suscitano l’interesse nel cittadino comune.
In genere tutti coloro che li affrontano sembrano più interessati alla polemica politica, e lasciano in secondo piano quello che dovrebbe essere l’obiettivo primario, cioè il cittadino, sia quando si trova a fare i conti con il Giudice civile, per ottenere il riconoscimento di un diritto soggettivo, sia quando viene coinvolto nel sistema giudiziario, come indagato o imputato, allorché maggiori sono le necessità di garanzia e salvaguardia delle sue libertà.
Partendo da questi presupposti ed analizzando il funzionamento della giustizia in Italia, le conclusioni non possono essere che negative.
La giustizia civile si trova in uno stato comatoso. Abbandonata a se stessa, nonostante l’elevato costo richiesto all’utente, il quale non riceve una risposta adeguata
in termini di rapidità dei giudizi e di efficacia del giudicato.
All’interno del più vasto settore giustizia, che il settore civile sia poco considerato, è dimostrato dal fatto che lo stesso, pressoché completamente, è demandato a quello che si potrebbe definire -senza alcun intento offensivo- un popolo di “iloti”. I quali, se invece di avere lo Stato quale datore di lavoro, ne avessero uno privato, farebbero certamente la fortuna di chi si occupa di simili controversie.
Passando alla giustizia penale, non vi è epitaffio migliore della dichiarazione pronunciata dal procuratore generale presso la Cassazione nella requisitoria del processo per l’omicidio di Marta Russo: “Ci sono pagine che in uno Stato di diritto non vorrei mai leggere”.
Considerazioni analoghe andrebbero fatte per gli innumerevoli casi in cui un cittadino si è trovato stritolato tra le maglie di un sistema nel quale il solo ricevere un avviso di garanzia equivale a condanna, a causa del perverso connubio mediatico-giudiziario, in spregio alla presunzione di innocenza. Tanto il nostro legislatore era convinto che tra i principi ispiratori del nostro sistema giudiziario e addirittura nella stessa Costituzione non vi fossero sufficienti garanzie di un giusto processo, che ha modificato l’art. 111, inserendovi concetti talmente pacifici ed universali, che dovrebbero costituire il Dna dello Stato di diritto.
Inoltre non si può sottacere come la scelta operata dal nostro legislatore di introdurre un sistema penale accusatorio passi necessariamente dalla separazione delle carriere.
Ma non basta! Se i pubblici ministeri fronte alla miriade di “notitiae criminis”, di fatto sono costretti a operare delle scelte in ordine ai reati da perseguire, che divengono scelte di politica criminale, non deve costituire scandalo se, in sintonia con il sistema accusatorio, si giunge all’abolizione della obbligatorietà dell’azione penale ed alla elezione diretta dei pubblici ministeri, perché sia il cittadino a valutare l’efficacia della loro attività.
Una prova della nostra situazione fallimentare è data dall’enorme numero di condanne subite in sede di Corte di giustizia europea e determinate proprio da motivi di denegata giustizia (nel 2000 si è avuta la media di una sentenza di condanna al giorno!).
Un cenno finale sulla questione del mandato di cattura europeo. Anche su questo argomento la prospettiva, nelle posizioni assunte dai politici, appare fuorviante e incompleta.
Quello che non ci viene detto è che già da diverso tempo, non solo in campo giudiziario, aleggia il pericolo che a livello europeo si vada consolidando un processo non democratico, caratterizzato da un’ingente produzione normativa che sfugge al controllo del Parlamento europeo sia di quelli nazionali.
A seguito degli atti terroristici dell’11 settembre, la Comunità europea ha voluto intensificare la cooperazione tra gli Stati in materia di giustizia e polizia, accelerando l’introduzione dell’ Eurojust, un organismo centrale di collegamento di procuratori e giudici nazionali, con vaste competenze in materia di repressione del crimine.
I pericoli insiti in tale operazione, i cui fini sarebbero astrattamente condivisibili, sono anzitutto le differenze enormi tra i vari sistemi giudiziari dei paesi aderenti all’Ue, ma soprattutto il difetto assoluto di controllo parlamentare (il Parlamento europeo ancora non legifera) e giurisdizionale.
Vi è quindi il pericolo concreto che, in assenza di qualsiasi controllo popolare, la struttura sia mutuata sul modello delle procure italiane e non, come auspicabile, su quello anglosassone.
La questione mandato di cattura europeo, al di là delle polemiche nostrane, non è che la punta di un iceberg, costituito dal proliferare di normative comunitarie adottate al di fuori di qualsiasi controllo democratico dalla Commissione europea, organo composto da rappresentanti nominati dai governi, che difettano del mandato popolare.
In conclusione, se l’Italia non vuole continuare ad essere -come diceva Benedetto Croce – il Paese delle controriforme, deve porre al centro della sua attività legislativa non tanto le istanze dei gruppi organizzati, che spesso rappresentano interessi più o meno di potere o di corporazione, bensì l’individuo come soggetto portatore di diritti e d’interessi, che non possono essere sacrificati in nome di proclami retorici e strumentali.
