Gianni Alemanno, leader del Movimento Politico Indipendenza, esponente di lungo corso della storia della politica italiana, consigliere regionale del Lazio nel 1990, deputato dal 1994, eletto eurodeputato nel 2004, ministro delle politiche agricole e forestali dal 2001 al 2006 e sindaco di Roma dal 2008 al 2013, si trova nel carcere di Rebibbia, dove sta scontando 22 mesi di reclusione avendo subito una condanna per il reato di traffico di influenze illecite, reato previsto dall’art. 346-bis c.p. che è stato inserito nel nostro codice penale nel 2012.

Non entro in argomento sulla tipologia di reato, che pure presenta aspetti giuridici controversi e assai discutibili, ma occorre sottolineare che Gianni Alemanno è finito in carcere la sera del 31 dicembre del 2024.

Una volta divenuta definitiva la sentenza di condanna Gianni Alemanno era stato affidato ai servizi sociali nella struttura “Solidarietà e Speranza” di Suor Paola ed aveva già trascorso 13 mesi dei 22 previsti in sentenza.

Il Magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Roma il 31 dicembre 2024, ritenendo che le violazioni contestate costituissero un fatto incompatibile con la prosecuzione della prova, ha sospeso l’affidamento di Gianni Alemanno ai servizi sociali e ne ha disposto la custodia nel carcere di Rebibbia.

Egli quindi dovrà restare recluso in carcere per 22 mesi, non essendogli stati riconosciuti come validi dal Tribunale di Sorveglianza di Roma, nella sua ordinanza del 28 gennaio scorso, i 13 mesi trascorsi nel corso dell’affidamento ai servizi.

Il carcere dovrebbe essere sempre una soluzione estrema, soprattutto in presenza di un reato evanescente che, come si è detto, è il traffico di influenze illecite e di una condanna ad una pena definitiva di 22 mesi.

Tuttavia Gianni Alemanno, il quale è dotato di una non comune forza morale, fin dall’inizio ha manifestato la sua determinazione a non arrendersi.

Egli infatti, non ha abbandonato la lotta per la giustizia e la difesa dei valori e dei diritti di tutti ed ha scelto di utilizzare questa nuova esperienza nel carcere di Rebibbia in maniera proficua, dando voce ai diritti dei detenuti, che voce non hanno.

Se mi è consentito, occorre dargli atto che egli ha dato corpo a quell’essere speranza, quella spes contra spem, quella speranza che persiste nonostante ogni avversità, quella speranza che si oppone alla realtà e ad ogni aspettativa ostile, principi questi che caratterizzano anche l’azione di Nessuno Tocchi Caino.

Infatti ha già scritto diverse lettere dal carcere, denominate diario dalla cella, che sono state pubblicate su varie testate giornalistiche, in cui offre uno spaccato senza sconti o facili vittimismi, sulla quotidianità della vita in carcere.

In queste lettere Gianni Alemanno parla non solo e non tanto del suo stato nel carcere di Rebibbia, esprimendo comunque la percezione di essere vittima di un sistema giudiziario ingiusto, ma soprattutto fa delle considerazioni sulla giustizia, una analisi critica della situazione politica attuale e una dettagliata descrizione della vita in carcere, sollecitando così una necessaria ed improcrastinabile apertura di un dibattito sulla situazione carceraria italiana.

Alemanno analizza la situazione politica italiana, criticando l’assenza di un vero dialogo tra le forze politiche e l’emergere della cultura della denigrazione.

Nonostante le intuibili difficoltà, nelle sue lettere emerge sempre un forte senso di coraggio e resilienza.

Questi scritti possono servire come punto di partenza per una discussione più ampia sulle sfide della politica italiana e sulle esperienze umane nel contesto della detenzione.

Il sovraffollamento carcerario è una delle questioni più gravi delle complesse problematiche del nostro sistema penitenziario e se vogliamo della giustizia italiana.

Questo fenomeno non solo compromette la dignità dei detenuti, ma ha ripercussioni dirette sulla sicurezza, sull’efficacia della riabilitazione e sulla salute mentale dei prigionieri.

Negli ultimi decenni, l’Italia ha visto un aumento significativo del numero di detenuti, che ha superato di gran lunga la capacità effettiva delle strutture carcerarie.

Secondo i dati forniti dal Ministero della Giustizia, aggiornati al 30 aprile 2025, i detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani sono 62445, con un esubero di ben 11153 presenze rispetto ad una capienza regolamentare di 51292 posti.

Il problema del sovraffollamento è storicamente radicato in una serie di fattori, tra cui l’inefficienza del sistema giudiziario, la durata eccessiva dei processi e l’uso intensivo della custodia cautelare, che spesso porta in carcere persone non condannate definitivamente, in barba al principio costituzionale della presunzione di innocenza.

Infatti una delle principali cause del sovraffollamento è l’uso della custodia cautelare, che in Italia è spesso applicata in modo eccessivo.

Molti detenuti si trovano in carcere in attesa di un processo, a volte per anni, a causa di un sistema giudiziario lento e inefficiente.

Negli ultimi anni, le politiche di sicurezza adottate dal governo hanno portato a un inasprimento delle leggi penali.

L’introduzione di nuove norme e la criminalizzazione di comportamenti precedentemente considerati minori hanno provocato un aumento del numero di arresti e di conseguenza, del numero di detenuti.

Il sistema carcerario italiano è sovraccarico anche a causa della detenzione di persone per reati minori e bagatellari, in particolare quelli legati a sostanze stupefacenti.

In molti casi i detenuti non rappresentano una reale minaccia per la società, ma sono rinchiusi in strutture inadeguate che certamente non favoriscono il loro recupero.

Le condizioni di vita all’interno delle carceri italiane sono sempre drasticamente compromesse dal sovraffollamento.

Spesso i detenuti sono costretti a vivere in spazi ristretti, senza la possibilità di accedere ad adeguati servizi igienici, a cure mediche o a programmi di formazione e riabilitazione.

Questo porta a un ambiente di vita insostenibile, con conseguenze dirette sulla salute fisica e mentale dei detenuti.

Il sovraffollamento poi, non solo influisce sulle condizioni di vita dei detenuti, ma anche sulla sicurezza all’interno delle strutture.

A causa della mancanza di personale e dell’inefficienza dei sistemi di gestione, gli incidenti violenti, le tensioni tra i detenuti ed i suicidi sono in aumento.

Questo crea un ciclo vizioso di violenza e di pericolo per la salute anche psichica che rende le carceri ancora più instabili e fonte di pericolo per quanti si trovano sia come reclusi, ma anche per tutto il personale che lavora in carcere.

Un altro aspetto cruciale è l’impatto negativo del sovraffollamento sui programmi di riabilitazione.

Le strutture carcerarie sovraffollate non possono offrire adeguati programmi di formazione, di lavoro e di supporto psicologico, elementi essenziali per il reinserimento sociale dei detenuti.

Di conseguenza, molti ex-detenuti tornano a delinquere, contribuendo ad appesantire il problema della recidiva.

Una delle soluzioni più urgenti è quindi la riforma della custodia cautelare.

È fondamentale limitare l’uso di questa misura, riservandola ai casi realmente necessari e promuovendo alternative alla detenzione, come la sorveglianza elettronica o la libertà vigilata.

Investire in nuove strutture carcerarie e nel potenziamento del personale è essenziale per migliorare le condizioni di vita dei detenuti e per garantire una gestione più efficace delle carceri, ma nell’immediato è utopistico pensare che possa essere utile e sufficiente ipotizzare come unica soluzione la costruzione di nuove carceri per risolvere il problema perché ciò richiede tempi medio-lunghi.

Invece, promuovere politiche di decriminalizzazione per reati minori, in particolare quelli legati alle droghe, potrebbe ridurre significativamente il numero di detenuti.

Trattare le dipendenze come una questione di salute pubblica piuttosto che penale sarebbe un primo passo fondamentale.

Infatti il sovraffollamento carcerario in Italia rappresenta un problema complesso e multifattoriale, che richiede un intervento immediato, urgente e coordinato da parte delle istituzioni attraverso uno svuotamento delle carceri per i condannati a pene minori, magari per tutte le pene inferiori ai due anni, come peraltro è già previsto dall’art.163 del codice penale in forza del quale il giudice nel pronunciare una sentenza di condanna alla reclusione o all’arresto per un tempo non superiore a due anni può disporre la sospensione della pena per la durata di 5 anni se si tratta di delitti e di 2 anni se si tratta di contravvenzioni.

Solo attraverso riforme significative e un approccio umano e riabilitativo si potrà affrontare questa crisi e garantire un sistema penitenziario più giusto e più sostenibile per tutti.

La dignità dei detenuti e la sicurezza della società dipendono molto dalla capacità di affrontare questa sfida in modo efficace e tempestivo.

Ne sarà capace l’attuale governo con la sua maggioranza parlamentare?

Oppure preferirà far finta di niente?

O ancora continuerà a parlare della salvifica realizzazione di nuovi luoghi di detenzione per i quali è già prevista una spesa di 32 milioni di euro al fine di ottenere appena 384 nuovi posti in celle prefabbricate “modello Albania”, di cui 120 posti letto nel Nord Italia ad Alba, Milano e Biella, 144 posti a L’Aquila, Reggio Emilia e Voghera e 120 posti a Frosinone, Palmi e Agrigento?

Il problema del sovraffollamento carcerario non si può risolvere, come annuncia il governo, con il piano carceri che prevede l’ampliamento degli istituti penitenziari e dei posti letto.

L’esame delle statistiche fornite dal ministero della Giustizia sull’andamento dei detenuti ci offre infatti un’immagine impietosa della situazione carceraria.

Lo stesso Capo dello Stato ha sentito il dovere di lanciare un suo autorevole monito all’esecutivo e al Parlamento sui quali grava il macigno morale di risolvere la drammatica questione del nostro sistema penitenziario e di farlo presto.

Mi auguro che quel monito non resti inascoltato e che prevalga il buonsenso, che è quello di scegliere la strada dell’immediato svuotamento delle carceri, abbandonando definitivamente la soluzione, del tutto impraticabile in tempi brevi, ma rappresentata come esclusiva, che come ho accennato sarebbe quella della costruzione di nuove strutture penitenziarie.

https://www.radioradicale.it/scheda/761913/non-un-atto-di-clemenza-un-atto-di-giustizia?i=4919068