
La figura dell’Avvocato e con essa di chi è preposto dall’art.24 della Costituzione alla difesa dei diritti di tutti, è stata cancellata per decreto e svilita al rango di un utente qualsiasi del servizio giustizia.
Qualcuno si chiede per quale ragione ciò sta avvenendo.
La risposta è semplice e va ricercata nel fatto che la professione forense, in quanto professione liberale, è completamente svincolata da qualsivoglia subalternità allo Stato, dal momento che l’Avvocato è un libero professionista il quale ha il compito di tutelare i diritti delle persone nell’ambito del paradigma della certezza del diritto che egli stesso deve contribuire a promuovere e difendere.
Proprio per tale motivo ogni Avvocato all’inizio della sua professione presta il giuramento di svolgere i suoi doveri professionali per i fini della giustizia e per gli interessi superiori della Nazione, intesa non già come Stato-istituzione, bensì la collettività sociale organizzata secondo i principi del costituzionalismo liberale moderno al cui servizio sono a loro volta poste le istituzioni medesime e tutti i poteri dello Stato.
Scriveva Piero Calamandrei, grande giurista, docente universitario, Avvocato, componente dell’Assemblea costituente per la Costituzione:
“Molte professioni possono farsi con il cervello e non con il cuore; ma l’avvocato no! L’avvocato non può essere un puro logico né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli atri uomini e farli vivere in sé; assumere su di sé i loro dolori e sentire come sue le loro ambascie. Per questo amiamo la nostra toga; per questo vorremmo, che quando il giorno verrà, sulla nostra bara sia posto questo cencio nero al quale siamo affezionati, perché sappiamo che esso è servito ad asciugare qualche lacrima, a risollevare qualche fronte, a reprimere qualche sopruso e soprattutto a ravvivare nei cuori umani la fede, senza la quale la vita non merita di essere vissuta, nella vincente giustizia”.
Ed ancora: “Ci sono due giustizie: quella della parola e quella del silenzio. La giustizia che regge la spada, misura i torti e poi giudica infliggendo la pena è spesso meno severa di quella che regge la bilancia, la quale pesa l’uomo e tace. Il segreto della giustizia sta in una sempre maggior umanità e vicinanza umana tra chi giudica e chi viene giudicato.”
Nell’epoca moderna globalizzata, mondialista e neoliberista non c’è spazio per colui che è preposto quale presidio di legalità alla difesa dei diritti di tutti e si tende a sminuirne l’immagine e a limitarne le possibilità di intervento, riducendone l’operatività.
Qualche esponente apicale dell’Avvocatura italiana prospetta quale battaglia a difesa della libera professione forense e della sua antica ed indiscussa funzione il collocamento dell’Avvocato in Costituzione, fingendo di non sapere che l’Avvocato, allontanato per decreto dai Tribunali e dalle aule di udienza, non ha alcuna necessità di trovare idoneo collocamento nella Carta costituzionale dove grazie alla potenza di fuoco degli organismi che istituzionalmente rappresentano l’Avvocatura, finirebbe per assomigliare ad un soprammobile, quasi fosse un residuato d’altri tempi, destinato quanto prima a finire in discarica.
Gli Avvocati italiani, in primis quelli che siedono sugli scranni parlamentari, non hanno fatto e non fanno nulla e sono inerti a fronte di quello che non è solo il genocidio della classe forense, quanto, e questo è ancor più grave, il genocidio del diritto di difesa che è alla base di uno Stato di diritto e quindi di una autentica democrazia
