La vicenda riguardante la morte di Abderrahim Fakir, deceduto il 19 luglio scorso durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, suscita inquietanti riflessioni.

La Procura di Bologna, come era suo dovere, ha immediatamente aperto un’indagine per omicidio colposo, nella quale risultano coinvolte sei persone: due agenti di polizia e quattro operatori del 118 intervenuti sul posto. Il cosiddetto “scudo” di cui si è parlato in relazione alle persone coinvolte indica la nuova disciplina che prevede, all’avvio degli accertamenti, l’iscrizione degli appartenenti alle forze dell’ordine e, in questo caso, anche degli operatori del 118, in un registro separato. Si tratta di una procedura introdotta dal legislatore per consentire lo svolgimento delle indagini e garantire i diritti di difesa, senza attribuire automaticamente alle persone interessate la qualità di indagati nel registro ordinario.

Gli inquirenti stanno acquisendo i filmati disponibili, le testimonianze dei presenti e le registrazioni delle bodycam degli agenti, al fine di ricostruire con precisione quanto accaduto durante le fasi dell’immobilizzazione di Abderrahim Fakir.

Secondo le prime ricostruzioni, il giorno successivo alla tragica morte, il Sindaco di Bologna, Matteo Lepore, aveva promosso un presidio istituzionale in Piazza Nettuno per chiedere “verità e giustizia” sulla morte di Fakir. La manifestazione si stava svolgendo in modo pacifico, fino a quando una parte del corteo non si è spostata verso la Questura e la Prefettura, dove si sono verificati i primi tafferugli.

Successivamente la manifestazione è degenerata poiché una parte dei partecipanti si è scontrata con le forze dell’ordine, provocando gravi danneggiamenti e compiendo atti di vandalismo nel centro storico.

Sono stati lanciati oggetti di vario genere e petardi, sono stati appiccati incendi ed è stata danneggiata un’ampia area del centro storico, mentre la polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti, evitando il contatto diretto con i manifestanti. Secondo quanto riferito dalle autorità, oltre cinquanta agenti sono rimasti feriti.

Dal punto di vista giuridico, il fatto che un sindaco organizzi o sostenga una manifestazione non comporta automaticamente alcun profilo di responsabilità a suo carico per i reati eventualmente commessi da singoli partecipanti.

La responsabilità penale è infatti personale e non oggettiva. Il mero patrocinio, l’organizzazione o il sostegno politico a una manifestazione non implicano alcuna colpa o responsabilità del primo cittadino per reati commessi autonomamente da terzi, salvo che venga provato un concorso materiale o morale nel reato stesso. Per attribuirgli una responsabilità penale sarebbe infatti necessario dimostrare, sulla base di prove, che egli abbia istigato, organizzato o consapevolmente favorito le condotte violente, ovvero che abbia concorso nei reati.

Nel nostro ordinamento la responsabilità penale si fonda su principi rigorosi:

Per essere ritenuto penalmente responsabile, il sindaco deve aver commesso un’azione (o un’omissione) che ha favorito o causato l’evento illecito, agendo con volontà (dolo) o con grave negligenza/violazione di regole cautelari (colpa).

La gestione dell’ordine pubblico durante le manifestazioni poi non compete al sindaco (che ha solo ruoli di indirizzo e di tutela della sicurezza urbana), ma è competenza esclusiva del Questore e dell’autorità statale.

Esiste infine una netta separazione tra l’indirizzo politico (in capo al sindaco) e la gestione tecnica e amministrativa (in capo ai dirigenti del Comune).

Diversa è, invece, la valutazione sul piano politico, in quanto la decisione del Sindaco di promuovere il presidio non può non aver avrebbe contribuito a creare le condizioni per uno scontro di piazza che certamente era facilmente prevedibile.

Sempre sotto il profilo politico, può essere ritenuto censurabile il comportamento di un Sindaco che, senza attendere l’esito delle indagini della polizia giudiziaria, promuova un presidio per chiedere “verità e giustizia”, trasmettendo così l’impressione di non riporre piena fiducia nell’operato degli investigatori e nelle garanzie offerte dallo Stato di diritto.

Aldilà di ogni altra considerazione ed opinione, è comunque importante avere fiducia nel lavoro della giustizia, anche per il caso Abderrahim Fakir, lasciando che siano le indagini e i procedimenti giudiziari ad accertare i fatti e le eventuali responsabilità.

Allo stesso tempo, è doveroso portare rispetto alle forze dell’ordine, che operano quotidianamente nello svolgimento di un compito delicato al servizio della collettività.

Fiducia nella giustizia e rispetto per le istituzioni sono principi che devono convivere e contribuire a un confronto pubblico fondato sui fatti e sullo Stato di diritto.


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