L’autorevole giurista Piero Calamandrei per richiamare l’attenzione sulla necessità di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, parla della legge come descritta da Platone nel dialogo di Critone, discepolo e amico d’infanzia di Socrate.

In quell’opera la legge, da freddo testo scritto viene elevata a entità morale vivente e si evidenzia che il fondamento della democrazia risiede proprio nella partecipazione attiva. Infatti la legge è autorevole e rispettata solo se i cittadini la sentono come espressione della propria coscienza, e non come un’imposizione esterna. In un passaggio del testo di Calamandrei, leggiamo: “Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. «le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano». Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le «nostre» leggi. Nelle più perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perché ne è partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri! Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia. Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo. Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami.“

Dunque Calamandrei rimarca alcuni concetti importanti sulla legge che va intesa come dialogo con i cittadini e non come ordini impartiti da un’autorità tirannica.

La legge “parla” per educare, proteggere e guidare la comunità.

L’accenno a Socrate serve a spiegare che accettando la condanna pur potendo fuggire, Socrate dimostra il massimo rispetto per le leggi della sua città.

Per Calamandrei, il sacrificio di Socrate sta a significare che il cittadino deve essere disposto a difendere le regole democratiche anche quando queste impongono sacrifici personali, poiché sono il pilastro della convivenza civile.

La legge è viva se il popolo vi si riconosce. L’apatia, l’indifferenza e il disimpegno politico sono, secondo l’insegnamento di Calamandrei, i veri nemici che “uccidono” le leggi, trasformandole in vuote formule burocratiche.

Il pensiero di Calamandrei ci fa capire che il diritto ha valore solo se è espressione di giustizia sostanziale e se la società si fa carico di difenderlo costantemente, senza scivolare in un becero giustizialismo, perché il diritto è uno strumento vuoto senza l’aspirazione a un’equa convivenza. Questa visione richiede naturalmente un forte, essenziale e determinato equilibrio in cui la legge deve essere costantemente difesa dalla società tramite il garantismo e il giusto processo, se si vuole arginare ogni forma di primitivo giustizialismo punitivo. Il diritto non può ridursi a un mero esercizio burocratico. Affinché il diritto conservi il suo vero ed autentico significato etico, le norme devono perseguire la giustizia sostanziale, tutelando i beni giuridici e rispondendo al sentire della collettività.

La reazione a un’offesa sociale non deve mai sfociare nel giustizialismo. Quest’ultimo, infatti, finisce col ricercare un capro espiatorio attraverso la spettacolarizzazione del processo, prima e della pena, poi, sacrificando le garanzie individuali, la presunzione d’innocenza e il diritto di difesa.

Questi principi vanno mantenuti ed osservati anche nella fase della esecuzione della pena che, come sancisce all’art.27 la nostra Costituzione, deve tutelare la dignità delle persone condannate che vanno trattate sempre con umanità e rispetto.

La tenuta democratica di un sistema si fonda proprio su un’opinione pubblica e su istituzioni che difendono lo Stato di diritto. Ciò significa credere nella certezza del diritto, nella rieducazione della pena e nell’indipendenza della magistratura, allontanando la logica della giustizia sommaria che spesso pervade negli animi delle persone, permeando sentimenti, emozioni ed inquietanti stati d’animo collettivi.


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