Ringrazio l’on. Elisabetta Zamparutti, componente del Cpt per conto dell’Italia, la quale ha reso possibile la partecipazione mia e della delegazione del Movimento Indipendenza, cui appartengo, guidata dal coordinatore provinciale dott. Silvestro Ivan Siciliano, all’ispezione nel carcere di Borgo San Nicola di Lecce.

Come è noto agli addetti ai lavori, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) è un organo del Consiglio d’Europa che opera a livello non giudiziario, con lo scopo di prevenire la tortura e pene o trattamenti inumani o degradanti attraverso visite periodiche nei luoghi di detenzione (come prigioni e ospedali psichiatrici). 

Dopo ogni visita, il CPT redige un rapporto riservato con raccomandazioni, che può essere reso pubblico con il consenso dello Stato visitato. 

L’on. Elisabetta Zamparutti, in considerazione del mandato precedentemente svolto con serietà e rigore a garanzia del rispetto dei diritti umani fondamentali nei luoghi di privazione della libertà personale, dove sono maggiormente in pericolo i diritti umani, nel 2023 è stata confermata per la terza volta all’unanimità dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa quale componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) per conto dell’Italia.

Analogo ringraziamento va indirizzato all’on. Sergio D’Elia, Segretario Nazionale di Nessuno Tocchi Caino, il quale ci ha accolto nel laboratorio di NTC che ha organizzato e gestito la visita al carcere.

Occorre premettere che il Movimento Indipendenza, molto sensibile verso i diritti civili ed umani prosegue, a fianco dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, nel suo impegno volto alla difesa dei più deboli e di quanti non hanno voce, in questo caso i detenuti nelle carceri italiane, perché, come il suo leader Gianni Alemanno, crede fermamente nella difesa dei diritti e nella conservazione dei valori.

Naturalmente la questione “carcere” non interessa la politica perché i detenuti non votano ed inoltre il più delle volte non dispongono di risorse economiche.

Gianni Alemanno, leader di Indipendenza, è sempre stato in prima linea nella difesa dei diritti umani. Basti ricordare che alla fine degli anni ottanta aveva la doppia tessera, quella del Msi e la seconda del Partito Radicale ed ancora che nel 2010, quando era Sindaco di Roma, affiancò ufficialmente l’iniziativa promossa da Marco Pannella per la “Moratoria della pena di morte”, esordendo in Campidoglio nel corso della manifestazione a fianco a Marco Pannella con queste parole: “Possiamo srotolare il manifesto per Tareq Aziz”, vice di Saddam Hussein, condannato alla pena di morte. Nell’occasione quel Sindaco di Roma disse: “A prescindere dalla sentenza, non è giusto che un essere umano disarmato nel carcere possa essere condannato a morte. E’ un atto di vigliaccheria che non riusciamo a sopportare e a tollerare”.

Ed ancora quattro anni addietro Gianni Alemanno in un kibbutz israeliano al confine con la striscia di Gaza con il manifesto per Sakineh Mohammadi Asthiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio, ha invocato la vita per la sfortunata donna nelle mani dei suoi carnefici.

In tale contesto va inquadrata la mia visita nella struttura penitenziaria di Lecce che ha consentito di constatare l’esistenza di un eccessivo numero di detenuti, ben 1.361, rispetto ad una capienza regolamentare di 798 ospiti, quindi un esubero di presenze superiore al 170 per cento, che costituisce una situazione peggiore rispetto alla media nazionale, che si assesta al 134 per cento.

Gli addetti alla custodia poi non si trovano in una situazione migliore, perché rispetto ad una pianta organica di 400 addetti, la struttura penitenziaria di Lecce dispone appena di 250 agenti che, tenendo conto dei prossimi pensionamenti, potrebbe arrivare anche alla metà.

Le carceri italiane tornano di tanto in tanto al centro di un dibattito, ma soltanto ogniqualvolta emergono nuove denunce sulle disumane condizioni di vita riservate ai detenuti.

Un indice significativo della criticità della situazione è costituito dal numero dei decessi, che nel 2024 sono stati 246 e di cui ben 91 i suicidi.

Quest’anno, fino al 20 agosto, si sono verificati già 55 suicidi, cui vanno aggiunti i più recenti.  Secondo i dati ufficiali, le carceri italiane ospitavano alla data del 30 aprile 2025 ben 62.445 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di circa 50.000 posti.  

Questo sovraffollamento, che è come un termometro che segna la febbre, si ripercuote sulla qualità della vita dei detenuti, sulla mancanza di spazio e sull’insufficienza del personale penitenziario che deve gestire un numero di detenuti superiore alle sue capacità operative.

Le condizioni in cui versano i detenuti italiani sono state motivo di condanna dello Stato italiano da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, già nel 2013 l’Italia ha subito una condanna nel caso “Torreggiani” per trattamenti inumani e degradanti.

Quella sentenza condannato lo Stato italiano per violazione dell’articolo 3 della CEDU (Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo), che vieta sia la tortura, che i trattamenti inumani o degradanti. Tuttavia, nonostante quella condanna, la situazione nelle carceri italiane non ha visto alcun miglioramento, ciò in spregio all’articolo 27 della Costituzione italiana in cui è stabilito che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.  La dignità della persona dovrebbe essere un fine prioritario in quanto se non esiste la salvaguardia della dignità umana la pena non è più legale, ma si trasforma in una in una tortura che ricorda il sistema punitivo medioevale. Una pena illegale andrebbe immediatamente rimossa.

Lo Stato non può rispondere al crimine con la violenza, opporre alla brutalità la brutalità e non deve mai “abbassarsi” al livello del reo, fosse anche l’autore del crimine più spregevole ed efferato.

Deve essere mantenuta sempre una precisa differenza tra “pena” e “vendetta” che costituisce una differenza fondamentale di cui lo Stato deve essere il garante.

Ed è così che, nelle attuali condizioni, il carcere diventa invece un luogo di annientamento fisico e mentale, senza favorire in alcun modo il reinserimento sociale. 

Tutti i detenuti del carcere di Lecce hanno chiesto di poter lavorare, ma purtroppo anche in un carcere non è facile trovare occasioni di lavoro.

Le carceri non possono essere luoghi di sofferenza e di abbandono, ma devono diventare strumenti di recupero e rieducazione con l’ausilio di un adeguato supporto psicologico ed un ampliamento dei contatti con le famiglie.  

Purtroppo è ancora ferma in parlamento una proposta di legge a firma Roberto Giachetti per la liberazione anticipata speciale in cui è previsto uno sconto di 75 giorni per ogni trimestre di detenzione, naturalmente per tutti coloro che si comportano bene.

Peraltro nel periodo dell’emergenza sanitaria del Covid una analoga legge venne emanata ed applicata con buoni risultati.  

Se l’Italia vuole rispettare i principi scritti nella sua Costituzione e contenuti in accordi internazionali e norme sovranazionali, deve intervenire subito con provvedimenti emergenziali e successivamente con le necessarie riforme strutturali. 

Ci si chiede se il nostro governo con la sua maggioranza parlamentare sarà capace di compiere questo atto di giustizia che viene richiesto da più parti, o se invece preferirà parlare della salvifica realizzazione di nuovi luoghi di detenzione, magari stile Albania, senza affrontare oggi il grave problema con l’unico strumento possibile, peraltro già collaudato, che è la liberazione anticipata speciale.

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