Piero Calamandrei, autorevole ed eminente figura di avvocato e giurista d’altri tempi ebbe ad affermare in uno dei suoi scritti: “Molte professioni possono farsi con il cervello e non con il cuore; ma l’avvocato no! L’avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli atri uomini e farli vivere in sé; assumere su di sé i loro dolori e sentire come sue le loro ambascie. Per questo amiamo la nostra toga; per questo vorremmo, che quando il giorno verrà, sulla nostra bara sia posto questo cencio nero al quale siamo affezionati, perché sappiamo che esso è servito ad asciugare qualche lacrima, a risollevare qualche fronte, a reprimere qualche sopruso e soprattutto a ravvivare nei cuori umani la fede, senza la quale la vita non merita di essere vissuta, nella vincente giustizia”. 

Oggi, quella che era una professione nobile posta a baluardo della tutela dei diritti di tutti, nessuno escluso, rischia di venire travolta dalla voracità del mercato globale e dagli interessi famelici dei centri di potere economico con la complicità dei vari parlamenti e governi che si sono avvicendati alla guida del Paese negli ultimi 20 anni, ai quali non interessa la sorte di chi da sempre difende i diritti dei cittadini, soprattutto dei più deboli.

Un avvocato che crede nella sua professione e rispetta il giuramento prestato di adempiere ai suoi doveri professionali con lealtà, onore e diligenza per i fini della giustizia e per gli interessi superiori della Nazione, non essendo in vendita, sembra ormai essere considerato un ostacolo all’instaurazione di un regime illiberale e non democratico e quindi deve essere eliminato o posto nelle condizioni di non disturbare i manovratori o nuocere alla realizzazione di quanto è stato già deciso nelle segrete stanze del potere.

Un’avvocatura cresciuta nel rispetto dei principi che sono il cardine di uno stato di diritto non può essere tollerata in un regime governato da economisti di nuova generazione che non sono ispirati da una visione etica della società, ma da un esasperato liberismo senza regole, coniugato con un materialismo storico, al servizio dei poteri economici forti.

Per la realizzazione di tali scopi ormai non più molto reconditi parlamento e governo utilizzano surrettiziamente ogni strumento utile al raggiungimento dell’obiettivo della eliminazione di un’avvocatura libera. Si è cominciato nel 2006 con i decreti Bersani sulle liberalizzazioni a far venir meno ogni garanzia sulla remunerazione del lavoro intellettuale abolendo i minimi tariffari inderogabili, cui ha fatto seguito l’abrogazione delle stesse tariffe professionali sotto il governo Monti.

Poi sono seguiti aumenti sconsiderati dei costi per la instaurazione dei processi civili ed amministrativi che hanno allontanato la giustizia dai ceti meno abbienti, conservandola soltanto per coloro che possono pagarne i costi, hanno ancora fatto seguito continue, estenuanti e schizofreniche riforme in tutti i settori della giustizia che bel lungi dal migliorare e facilitare il servizio giustizia, ne hanno allungato il corso e gli adempimenti, determinando oltre che una assoluta incertezza del diritto, un aumento dei tempi dei processi.

Poi si è voluto fare entrare frettolosamente in vigore la riforma del PCT (processo civile telematico) processo che in diversi stati europei è stato abbandonato, stante l’esito fallimentare.

Con il PCT gli Avvocati, oltre a trasformarsi in operatori in pianta stabile a titolo gratuito per conto del ministero, quali addetti all’inserimento di dati, atti e documenti nella banca dati della giustizia, dovranno svilire la loro funzione di natura costituzionale trasformandosi anche in commessi della giustizia per depositare poi nelle varie cancellerie tutte le copie cartacee degli atti e dei documenti già inviati telematicamente, che né i Giudici, né il personale delle cancellerie hanno tempo e voglia di stampare, anche perché non ha senso la stampa.

Il ministro della giustizia in una sua recente circolare ha comunicato che non è obbligatorio fornire le copie di cortesia ai giudici, lasciando però libertà ai capi degli uffici di seguire la prassi che si è instaurata, che dovunque prevede le copie di cortesia, dunque una sorta di regime del doppio binario (processo telematico e cartaceo) con un conseguente raddoppio dei tempi per gli operatori tutti.

Da ultimo l’Associazione Nazionale Magistrati ha dato una grande lezione in ordine al rispetto che è dovuto alla funzione giurisdizionale, evidenziando come la funzione del Giudice non possa essere svilita dall’adempimento di compiti esecutivi, quale quella di stampare le copie degli atti inviati telematicamente, compito che compete al personale di cancelleria.

D’altronde  la stessa definizione di processo telematico costituisce un’ ipocrisia tutta italiana in quanto il momento processuale non è intaccato dal regime telematico, per cui le udienze continuano a tenersi con il solito sistema degli avvocati accalcati in aule di udienza sottodimensionate e sovraffollate, intenti a redigere verbali in condizioni di disagio o a raccogliere le dichiarazioni testimoniali in un contesto da mercato rionale, il più delle volte davanti ad un Giudice onorario (i Giudici onorari sono stimati nel 50% dei giudici che dirigono l’attività di udienza) in barba al principio costituzionale del Giudice naturale precostituito per legge.

La realtà è altra ed è semplice: da un lato il legislatore  non è in grado di fornire un servizio giustizia celere ed efficace (con condanne continue a livello di giurisdizioni sovranazionali) per cui si inventa una serie di pseudo riforme atte ad inibire e rendere più difficile e costoso l’accesso alla giustizia, con ciò minando il diritto, costituzionalmente garantito, di difesa.

Dall’altro lato attraverso la foglia di fico del cd. processo telematico il  legislatore (leggi governo) tenta surrettiziamente di ovviare alla carenza del personale di cancelleria, che non viene più rimpiazzato man mano che va in pensione.