Sembra ieri il giorno in cui, all’inizio di novembre del 1971, ad appena tre mesi dalla laurea, varcai la soglia del vecchio Palazzo di Giustizia, allora in Piazza S. Oronzo, insieme all’avv. Enzo Vernaleone, uno dei grandi maestri del foro salentino, ma soprattutto un Avvocato caratterizzato da una umanità fuori dal comune, con il quale iniziai il mio tirocinio nel penale. Eppure da allora sono trascorsi 54 anni.
Nel civile invece feci le mie prime esperienze nello studio di Ninì De Mauro, altro Avvocato di grande spessore e cultura giuridica e successivamente, nell’aprile del 1972, fui accolto nello studio di altro grande maestro di diritto e di vita, l’Avv. Ninì Petrucci il quale, riponendo in me la massima fiducia e di questo gliene sono grato, mi consentì da subito di redigere gli atti civili e partecipare in sua sostituzione alle udienze civili.
Nell’aprile del 1974, dopo il superamento degli esami con esito positivo, mi iscrissi all’albo dei procuratori legali.
L’inizio della professione fu per me molto incoraggiante, avendo scelto di occuparmi di diritto marittimo, nei settori del trasporto merci, degli urti e collisioni tra navi, del soccorso in mare e dei sequestri conservativi di navi e carichi.
All’epoca era invalsa la prassi giurisprudenziale di riconoscere ai soccorritori che avessero prestato assistenza o avessero salvato una nave in pericolo di perdersi, una percentuale sul valore dei beni salvati che comprendeva il valore della nave, del nolo e del carico. In genere venivano liquidati a chi avesse prestato soccorso in mare compensi non inferiori al 15% dei valori complessivi di quella che era definita la spedizione marittima.
Poco alla volta riuscii a far diminuire l’entità di quei compensi ad appena l’1% sostenendo la tesi che trovava riscontro sia nell’art. 491 del codice della navigazione, che nell’art.8 della convenzione di Bruxelles del 1910 che disciplina la materia dell’assistenza e del salvataggio, dove è previsto che “Il compenso è stabilito in ragione del successo ottenuto, dei rischi corsi dalla nave soccorritrice, degli sforzi compiuti e del tempo impiegato, delle spese generali dell’impresa se la nave è armata ed equipaggiata allo scopo di prestare soccorso; nonché del pericolo in cui versavano i beni assistiti o salvati e del valore dei medesimi.”
La frequentazione del mondo dei marittimisti mi consentì di migliorare la mia preparazione giuridica sia nel diritto sostanziale che nel diritto processuale civile, di confrontarmi con professionisti di alto livello anche internazionale e di essere ammesso ed accettato in un ambiente molto selettivo.
Mi sono occupato anche di amministrativo in materia di piani carburanti e di metanodotti, quando Aldo Ravalli era presidente del TAR di Lecce ed anche quella esperienza è stata per me formativa perché ogni camera di consiglio ed ogni udienza pubblica era una sorta di prova di esame per cui occorreva affrontarla dopo un approfondito studio del processo e della documentazione.
Ho poi trattato questioni di natura civilistica con uguale impegno e soddisfazione.
Posso dire di aver esercitato la professione forense nei tempi d’oro della Giustizia, in cui vigeva un rapporto di reciproco rispetto tra Magistratura, Avvocatura e gli altri operatori della giustizia, per cui si percepiva lo spirito ed il senso di servizio verso la funzione della Giustizia.
Dal 1990 ad oggi il legislatore ha dato il via ad una serie continua di interventi normativi in materia processuale che stanno determinando quella che Calamandrei negli anni trenta del secolo scorso definiva l’abolizione del processo civile, deriva denunciata come il fine dei regimi totalitari allora in auge.
Abbiamo così via via assistito alla soppressione della figura del Pretore che costituiva un presidio di legalità sul territorio e rappresentava un Giudice vicino alla comunità.
In concomitanza fu soppresso il Giudice conciliatore e introdotta la figura del Giudice di Pace con funzioni e competenze più ampie.
Sin da allora si formò in me la convinzione che il legislatore, qualunque fosse la sua appartenenza politica, avesse in mente l’obiettivo di un progressivo smantellamento della giustizia, in primis di quella civile.
Tutte le riforme parossistiche e scoordinate che si sono succedute negli ultimi trenta anni hanno peggiorato la situazione, aprendo la strada al progressivo trasferimento del servizio giustizia ai privati, ai giudici non togati e poi anche ad altri istituti come la mediazione, la negoziazione assistita ed altri, strutturati e burocratizzati secondo i principi del vecchio parastato, in barba all’art.102 della Costituzione che impone che la giustizia debba essere amministrata esclusivamente da Giudici ordinari.
L’Italia è il paese delle Controriforme diceva Benedetto Croce e le continue novelle processuali hanno inciso sulla funzione dell’Avvocatura indirizzata a poco a la volta verso compiti diversi da quelli che originariamente la Costituzione le aveva assegnato.
Nel 2006 furono varate le “liberalizzazioni di Bersani” con l’abolizione dell’inderogabilità dei minimi tariffari, che per gli avvocati erano la garanzia tutelata dall’art.36 della Costituzione.
Secondo il legislatore l’abolizione dei minimi avrebbe avuto un salvifico effetto sulla concorrenza che avrebbe portato ad una diminuzione dei costi legali e favorito i giovani professionisti. In realtà abbiamo assistito all’effetto opposto dal momento che vi è stata per un verso una concentrazione in pochi centri di potere di quelli che ora vengono definiti i servizi legali e per l’altro la marginalizzazione economica di larghi strati del ceto forense, soprattutto dei giovani avvocati.
Nello stesso tempo si è avuto un aumento dei costi della giustizia civile ed amministrativa, finalizzato a scoraggiare, se non impedire al cittadino di ricorrere alla giustizia civile ed amministrativa.
Quella che era una professione nobile posta a baluardo della tutela dei diritti è oggi mal tollerata poiché considerata un ferro vecchio della storia.
La figura dell’Avvocato baluardo della difesa del diritto e dell’interesse superiore della Giustizia, è divenuta un ostacolo da porre nelle condizioni di non disturbare i manovratori o nuocere alla realizzazione di quanto è stato deciso nelle segrete stanze dei vari poteri.
Un’avvocatura cresciuta nel rispetto dei principi che sono il cardine di uno Stato di diritto è mal tollerata in un contesto governato da economisti di nuova generazione, al servizio di un neoliberismo globale, che considera un impiccio il diritto e non concepisce la presenza di un’Avvocatura libera.
Le riforme adottate negli ultimi anni, quelle che per semplificare si dice imposte dall’Europa, stanno determinando quell’abolizione del processo civile, già denunciata da Piero Calamandrei.
Da ultimo il legislatore ha introdotto la riforma del PCT (processo civile telematico) che, oltre a far lievitare i costi, ha trasformato gli avvocati in burocrati ed operatori del ministero della giustizia, oberati dall’onere ed obbligo dell’inserimento di dati, di atti e documenti nella banca dati della giustizia.
La realtà è semplice: il legislatore, non essendo più in grado di fornire un servizio giustizia celere ed efficace, ha posto in essere una serie di pseudo riforme volte ad inibire e rendere più arduo e costoso l’accesso alla giustizia, minando così il diritto, costituzionalmente garantito, della difesa.
Parallelamente, attraverso la foglia di fico del processo telematico, ha tentato surrettiziamente di ovviare alla carenza del personale di cancelleria, non più rimpiazzato man mano che esso va in pensione, alimentando tra l’altro tutto un indotto speculativo i cui oneri ricadono sempre e solo sul cittadino che intende rivolgersi ad un Giudice.
Da ultimo, il capolavoro portato a termine dal recente correttivo che ha determinato l’abolizione del termine cancelleria dal codice di procedura civile con ciò volendo sancire anche a livello normativo la eliminazione di qualsiasi rapporto umano tra l’avvocato, il cittadino e gli uffici.
A dire il vero si ha l’impressione che gli impiegati degli uffici giudiziari siano ridotti ad una sorta di ectoplasmi di cui non si comprende bene la reale funzione in presenza di un processo telematico, di fascicoli telematici, di udienze a trattazione scritta e da remoto.
Siccome però sono ottimista voglio credere che l’avvocatura sia capace di svegliarsi dal torpore che da troppo tempo la caratterizza e dia una svolta contraria a questa deriva disumana della Giustizia, anche se all’orizzonte si intravede lo spettro della intelligenza artificiale che potrebbe a stretto giro far fuori avvocati, personale degli uffici giudiziari e gli stessi Giudici.
E non è detto che ciò sia un male.
Degiurisdizionalizzazione e dematerializzazione sono queste le parole d’ordine del legislatore che significa da un lato privatizzare la giustizia e dall’altro rendere tutto digitale, prima le carte e poi probabilmente anche le persone.
Come si suol dire chi vivrà vedrà.

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