Lecce 19 dicembre 2025 – Officine Cantelmo
Presentazione del libro di Gianni Alemanno e Fabio Falbo “L’Emergenza Negata. Il collasso delle carceri italiane”
Intervento Avv. Alfredo Lonoce
Questo libro di Gianni Alemanno e Fabio Falbo dal titolo “L’Emergenza Negata. Il collasso delle carceri italiane non si limita a raccontare, ma denuncia, provoca e sfida la narrazione dominante.
Fabio Falbo, meglio conosciuto come “lo scrivano di Rebibbia” si trova da oltre dieci anni nel carcere di Rebibbia, dove sta scontando una condanna definitiva di 22 anni e 9 mesi per concorso in omicidio.
Nel carcere ha assunto il ruolo di “scrivano” in quanto, oltre ad avere all’attivo diverse pubblicazioni, aiuta i suoi compagni detenuti nella redazione di istanze, memorie ed atti legali.
Col tempo la sua figura è diventata il simbolo di come alcune persone anche nel carcere possano sfruttare le proprie capacità per guadagnare rispetto e divenire un punto di riferimento all’interno di una comunità.
Tuttavia, la sua storia non è solo quella di un uomo dotato di talento in materia legale, ma anche quella di una persona che sta attraversando la dura realtà del sistema penitenziario.
Falbo, infatti, si è sempre dichiarato innocente, sostenendo che la sua condanna sia frutto di accuse non provate, e per questo motivo sta affrontando maggiori difficoltà per via del regime di detenzione rigido che gli viene applicato che non gli consente di beneficiare di alcuna agevolazione cui avrebbe diritto se si fosse professato colpevole.
Gianni Alemanno, invece è l’attuale Segretario nazionale del Movimento Politico Indipendenza, un volto noto della politica italiana, avendo ricoperto la carica di consigliere regionale del Lazio nel 1990, di deputato dal 1994, di eurodeputato nel 2004, di ministro delle politiche agricole e forestali dal 2001 al 2006, nei governi Berlusconi II e III, ed infine di Sindaco di Roma dal 30 aprile 2008 al 12 giugno 2013.
Quando era ministro Alemanno si oppose fermamente all’uso in agricoltura degli OGM (organismi geneticamente modificati) che sono organismi il cui materiale genetico viene alterato tramite tecniche di ingegneria genetica.
All’epoca aveva preparato il testo di un decreto legge per vietare le sementi transgeniche in Italia.
L’iniziativa però non piacque agli americani che avevano investito miliardi di dollari per la diffusione e l’utilizzo nelle coltivazioni agricole delle sementi biotech e fu così che quel decreto non venne mai alla luce perché fu immediatamente bloccato a seguito dell’intervento su Gianni Letta e Silvio Berlusconi dell’ambasciatore americano di Roma Michael Sembler.
Ma, come si sa, gli americani non perdonano, anche a distanza di tempo.
Infatti, dopo la scadenza del suo mandato di sindaco nel 2013, Gianni Alemanno veniva coinvolto nell’inchiesta “Mafia Capitale”, chiamata anche “Mondo di Mezzo” che riguardava una ipotizzata collusione tra funzionari della pubblica amministrazione e un’organizzazione criminale guidata da Massimo Carminati e Salvatori Buzzi, uomo storicamente legato al centrosinistra capitolino.
Mondo di mezzo è l’espressione usata da Massimo Carminati per descrivere una zona grigia tra: il mondo di sopra (politica, istituzioni, imprenditoria) e il mondo di sotto (criminalità organizzata).
Il mondo di mezzo è quindi lo spazio in cui affari, favori, corruzione e relazioni informali permettono ai due mondi di incontrarsi e collaborare.
L’ex sindaco di Roma, secondo il teorema accusatorio del PM romano che coordinava le indagini, veniva ritenuto responsabile di corruzione e finanziamento illecito per aver agito come referente politico dell’organizzazione malavitosa.
Dopo i vari gradi del processo penale, tutti i capi di imputazione a carico di Alemanno venivano meno e rimaneva soltanto l’accusa di traffico di influenze illecite in relazione alla quale veniva irrogata la pena di un anno e dieci mesi di reclusione.
Non parlerò dell’assoluta assenza degli elementi di prova che hanno convinto i magistrati romani della colpevolezza dell’ex sindaco dell’evanescente reato di traffico di influenze illecite.
Né parlerò della tipologia di questo reato, previsto dall’art. 346-bis del codice penale, inserito nel nostro ordinamento nel 2012, che presenta aspetti giuridici controversi e assai discutibili.
In breve sintesi, la contestazione mossa all’ex sindaco di Roma consisteva nell’aver sfruttato la sua influenza di Sindaco per far ottenere alla Eur Spa la liquidità necessaria perché quest’ultima effettuasse a sua volta un pagamento, peraltro parziale, in favore delle cooperative di Salvatore Buzzi,in violazione della normativa che disciplina la materia del pagamento dei debiti della P.A.
Al riguardo si deve evidenziare che da quando è stata separata la funzione dell’indirizzo politico dalla gestione, il potere sull’impegno della spesa di ogni ente, con conseguente assunzione di responsabilità contabile e penale, è stata trasferita sul dirigente di ogni settore e non dovrebbe più coinvolgere chi riveste un ruolo istituzionale e politico.
Non parlerò ancora dell’accanimento dimostrato nei confronti di Gianni Alemanno dal Procuratore della Repubblica di Roma che nel 2014 conduceva le indagini, il dott. Giuseppe Pignatone, il quale attualmente è indagato a sua volta per fatti e reati di mafia.
Accenno soltanto al fatto che una volta divenuta definitiva la sentenza di condanna Gianni Alemanno era stato affidato ai servizi sociali nella struttura “Solidarietà e Speranza” di Suor Paola, dove aveva già trascorso 13 mesi dei 22 previsti in sentenza.
Il Magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Roma il 31 dicembre 2024, ritenendo che Gianni Alemanno avesse commesso violazioni incompatibili con la prosecuzione della prova, ha sospeso l’affidamento di Gianni Alemanno ai servizi sociali, disponendone la custodia in carcere.
Dopo la sospensione dell’affidamento ai servizi, all’esito della relativa udienza, il Collegio del Tribunale di Sorveglianza di Roma ha ritenuto di revocare l’affidamento in prova e nell’occasione senza riconoscere la validità dei 13 mesi che Alemanno aveva già trascorso ai servizi sociali, ha stabilito che dovesse scontare nel carcere l’intero periodo previsto nella sentenza di condanna.
Al riguardo non si può non evidenziare come appare eccessiva la severità adottata nei confronti di Gianni Alemanno se solo si considera che la prima Sezione della Cassazione Penale con sentenza n. 3338 del 26/01/2024, aveva statuito che la revoca della misura alternativa dell’affidamento in prova al servizio sociale non consegue automaticamente ed in modo meccanicistico al mero riscontro di violazioni della legge penale o delle prescrizioni dettate dalla disciplina della misura stessa, ma il tutto deve essere valutato dal giudice in concreto e che inoltre occorre valutare se siffatto comportamento sia talmente grave da pregiudicare la prosecuzione della prova.
Dubito che queste valutazioni siano state fatte dal collegio prima di emettere la decisione ed è più facile intuire che quel Tribunale abbia preferito scrivere nella sua motivazione che le violazioni non apparivano episodiche, ma sistematiche, che ci fosse una incapacità di adeguarsi alle regole ordinamentali e che infine la finalità rieducativa del beneficio fosse dunque fallita.
Tuttavia, nonostante gli eventi avversi Gianni Alemanno, che è dotato di una non comune forza morale e di un grande spirito sportivo di resilienza, fin dall’inizio della sua detenzione in carcere, ha manifestato la sua determinazione a non arrendersi.
Egli infatti, non ha abbandonato la lotta per la giustizia e la difesa dei diritti di tutti, come fa da cinquanta anni ed ora sta utilizzando questa la nuova esperienza che è costretto a vivere privato della libertà per dare voce a chi voce non ha.
Passando all’esame del libro, Gianni Alemanno e Fabio Falbo offrono un’analisi lucida di un sistema che, purtroppo, sembra incapace di risolvere una crisi che va avanti da decenni.
L’emergenza negata ed il collasso delle carceri italiane è un’opera che non solo fa luce sulle gravi problematiche strutturali, sociali e politiche che attraversano il sistema penitenziario, ma offre anche una lettura realistica della situazione, mettendo in discussione la gestione della giustizia e delle carceri in Italia.
Viviamo in un tempo in cui veniamo bombardati di continuo da notizie allarmanti, che amplificano le paure di ognuno, ma anche da enormi problemi che però vengono messi sotto il tappeto.
Per un vero paradosso dell’epoca moderna tutto sembra urgente, eppure ciò che è davvero urgente passa sempre sotto silenzio.
Ed è proprio qui che si inserisce il libro di Alemanno e Falbo, con una tesi chiara e tagliente: non sempre l’emergenza è quella che ci raccontano e spesso quella vera viene negata.
Un’affermazione forte, che apre una discussione scomoda, ma necessaria.
Negare un’emergenza non significa soltanto ignorarla, significa alimentare un meccanismo che prima o poi presenterà il suo conto a tutta la comunità.
Quando non si riconosce un problema, quel problema lavora nell’ombra, cresce, si radica, e quando esplode non c’è più tempo per discutere e a quel punto non si può fare altro che tentare di correre ai ripari.
Non si deve scegliere di non vedere per convenienza politica, per paura di decidere, o per inseguire un consenso, perché, come si sa, il consenso si costruisce più facilmente sulle emozioni che sui fatti.
“L’emergenza negata ed il collasso delle carceri italiane” si muove, attraverso una analisi senza filtri, come un’inchiesta giornalistica dentro la macchina della politica e dell’informazione.
Lo fa con la forza di chi ha vissuto dall’interno certe stagioni, ha operato certe scelte, non si è piegato a certe pressioni ed ha mantenuta alta la testa e la difesa dei valori, il quale ci parla non da osservatore esterno, ma da testimone diretto.
Alemanno chiama la politica al suo compito più importante che è quello di dire la verità, costruire soluzioni, assumere le responsabilità che le competono.
Il libro apre uno spaccato drammatico sulla vita quotidiana nelle carceri italiane.
I due autori, benché provenienti da esperienze e storie personali diverse, si sono uniti nella comune battaglia contro il pregiudizio e l’indifferenza che avvolgono il sistema carcerario italiano.
Il libro è una riflessione basata su dati, testimonianze ed anche una attenta ricostruzione delle dinamiche che hanno portato al progressivo deterioramento delle condizioni delle carceri italiane.
Un’analisi che, purtroppo, rivela un quadro assai preoccupante.
Secondo gli autori, infatti, il sistema carcerario in Italia è giunto a un punto di rottura, non solo per quanto riguarda l’inadeguatezza strutturale degli edifici, ma anche per la crescente incidenza di problemi legati al sovraffollamento, alla gestione delle risorse e al trattamento dei detenuti.
L’emergenza carceraria in Italia non è una novità, ma ciò che emerge nel libro è l’impressione che, malgrado le numerose denunce e le richieste di intervento da parte delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali, il tema venga costantemente “negato” o ridotto a questioni secondarie.
La politica italiana, sia a livello locale che nazionale, non sembra in grado di affrontare in modo serio e costruttivo questa crisi, e le soluzioni proposte appaiono troppo spesso insufficienti o male indirizzate.
La denuncia del degrado carcerario, del sovraffollamento e della violazione della dignità umana non è solo quella di Alemanno e Falbo, ma è quella che proviene da tante persone detenute nel “braccio G8” del carcere di Rebibbia, le quali raccontano attraverso il libro i loro drammi individuali aggravati da un sistema carcerario inadeguato e carente.
Nel libro viene sottolineato che la principale violazione della dignità della persona detenuta deriva dal sovraffollamento che trasforma la pena in un’esperienza disumana.
Infatti, le carceri italiane ospitano oggi oltre 63.831 detenuti, a fronte di 46.839 posti disponibili e di una capienza regolamentare di circa 51.312, quindi vi è un esubero di ben 16.992 unità in relazione ai posti disponibili e di 12.519 rispetto alla capienza regolamentare potenziale.
Questo divario ha portato a situazioni insostenibili, con celle in cui più detenuti sono costretti a convivere in spazi angusti, senza alcun rispetto per la privacy e la dignità, in celle che non raggiungono neanche la superficie minima calpestabile di tre metri quadrati per detenuto.
La Suprema Corte in numerose pronunce e da ultimo con la sua recente sentenza n. 24997 del 25 giugno 2024 ha stabilito che per evitare trattamenti inumani e degradanti, ai fini del calcolo dello spazio minimo si deve considerare esclusivamente la superficie calpestabile all’interno della cella, calcolati escludendo servizi igienici e arredi fissi come letti a castello.
Gli autori sottolineano come il sistema penale italiano, purtroppo, non riesca a garantire una efficace separazione tra la funzione punitiva e quella rieducativa del carcere.
Alemanno e Falbo pongono una domanda fondamentale: il carcere in Italia è ancora uno strumento di rieducazione?
La risposta, purtroppo, sembra essere negativa.
La carenza di programmi educativi, formativi e lavorativi in molti istituti penitenziari impedisce ai detenuti di acquisire le competenze necessarie per un futuro fuori dalle mura del carcere.
Questo rende difficile il loro reinserimento nella società, alimentando la recidiva e il perpetuarsi di un sistema che non riesce a dare risposte efficaci.
Un altro aspetto su cui il libro si sofferma è la crisi della politica carceraria italiana.
Non mancano nel libro critiche alla gestione della politica penitenziaria a livello regionale, che spesso ha agito in modo disorganizzato e poco coordinato.
L’ultimo capitolo del libro è dedicato alle possibili soluzioni per uscire da questa crisi.
Alemanno e Falbo suggeriscono una serie di interventi urgenti e radicali, tra cui l’ampliamento dei programmi di reinserimento sociale, l’introduzione di misure alternative alla detenzione per i reati minori, la riforma delle pene e l’investimento in nuove strutture penitenziarie più moderne e funzionali.
Gli autori propongono un maggiore coinvolgimento delle associazioni di volontariato e delle istituzioni internazionali, affinché si possano adottare politiche condivise e trasparenti per migliorare le condizioni dei detenuti e della giustizia in generale.
Libri come questo sono utili ed aiutano a capire quali siano i confini tra la giustizia giusta e la prevaricazione su persone cui, pur se private della libertà e dei diritti civili, deve essere garantito sempre il rispetto dei diritti umani.
Ed ancora il libro ci consente di comprendere che la pena non può essere ancora concepita come una vendetta, in quanto la sua funzione è complessa e multifattoriale, poiché unisce aspetti retributivi, quello di punire chi ha commesso il male, preventivi, quello di dissuadere altri dal commettere reati ed impedire al reo di reiterare e soprattutto comprende aspetti rieducativi, dovendo mirare la pena al reinserimento sociale del condannato, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione italiana, sempre nel rispetto dell’art.3 della CEDU – Convenzione europea sui diritti dell’uomo –.
Questa è l’unica concezione moderna della pena che deve avere un duplice obiettivo: quello primario di trasformare il reo e quello finale di tutelare la società.
Un sano dibattito sulla questione, scevro naturalmente da condizionamenti ideologici, serve alla democrazia, anche quando è scomodo ai più, perché sono molti coloro che preferirebbero far finta di niente ed anzi, mossi da una tendenza giustizialista e forcaiola, sceglierebbero di buttare le chiavi di ogni cella per risolvere così a loro modo ogni problema.
Quando la Giustizia viene sopraffatta dall’emotività, dalla pressione sociale, dalla gogna mediatica e, perché no, anche dall’errore giudiziario, che prevalgono sui principi di legalità e del giusto processo, viene compromessa l’imparzialità di tutto il sistema giudiziario ed è così inevitabile che anche il processo penale e la sua esecuzione si trasformino in una arcaica forma di vendetta o repressione, oltre che in un circolo vizioso di ritorsioni.
Siamo quindi grati a Gianni Alemanno e a Fabio Falbo per averci messo a disposizione questo prezioso materiale su cui la politica si potrà confrontare per operare le sue scelte che tutti ci auguriamo sagge, ma tempestive, come l’urgenza che il problema richiede.
Nel mondo negletto delle carceri divampa comunque e al di sopra di tutto una “spes contra spem“, una speranza contro ogni speranza, perché, nonostante tutto e contro tutti, permane quella speranza tenace anche nelle situazioni più difficili, contro ogni apparente impossibilità, perché la giustizia, l’umanità, il bene ed il buon senso possano un giorno prevalere.






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