
L’attuale situazione economico-finanziaria mondiale presenta più di qualche analogia con quella del 1929.
Analogamente, il preoccupante aumento esponenziale della disoccupazione è simile a quello che si ebbe in Germania subito dopo la prima guerra mondiale (6 milioni) e che costituì facile terreno di coltura per il nazismo.
Con la globalizzazione, fortemente voluta dai paesi occidentali, ma purtroppo attuata senza regole da parte di una classe politica sempre più incapace, si assiste ad un concentramento del reddito in favore dei ceti più alti, con l’inerzia, il silenzio e l’impoverimento dei ceti medi e la rassegnazione e la marginalizzazione di quelli bassi.
Il tutto, accompagnato da una vera e propria orgia del capitale finanziario basata su valori inesistenti, vivacizzata dal succedersi di “bolle”, compresa quella del debito.
Ora, come allora i popoli, schiacciati dal caos politico e da un disastro economico incombente guardano con sempre maggiore insistenza e speranza ad un uomo forte che possa mettere fine alla crisi e ristabilire una ridistribuzione del reddito in senso orizzontale.
In tale scenario una grossa responsabilità ricade sugli Stati Uniti che, nel corso della transizione dall’era industriale a quella dei servizi, pervasi dalla volontà di creare moneta dal nulla, hanno fatto ricorso a vari espedienti ed artifici finanziari, spingendo così l’Europa e tutto il mondo occidentale verso una crisi senza precedenti.
In questo contesto di crisi mondiale la Germania oggi sta tentando, come peraltro aveva già fatto nel 1940, di espandere il suo dominio su un territorio sempre più vasto, utilizzando questa volta non più le armi e la guerra, ma l’economia.
Da parte loro il mondo occidentale, in generale, i paesi europei e più in particolare lo Stato italiano, sono intervenuti attraverso misure fiscali che hanno colpito a morte l’economia facendola precipitare verso una inarrestabile recessione.
Con il termine “recessione” si indica una flessione nello sviluppo o un regresso nell’attività economica che, se di breve durata, può considerarsi un’oscillazione occasionale del movimento d’ascesa, oppure può preludere a una vera e propria crisi più lunga, cioè alla depressione come fase discendente finale del ciclo economico.
La depressione è infatti la situazione recessiva marcata, prolungata nel tempo e con la produzione in continua diminuzione.
Gli effetti reali della depressione hanno un impatto molto forte sulla società con la disoccupazione che si trasforma in vera e propria povertà per gli strati sociali più bassi.
In una situazione economica così particolare le misure adottate in Italia dai professori della Bocconi sono state completamente sbagliate e pericolose e così per loro merito siamo giunti al paradosso estremo che più l’economia si piegava sotto il peso di un fisco vorace e suicida e più si insisteva nel volerla rianimare salassandola con nuovi prelievi escogitati in corso d’opera, modificando alle imposte e tasse denominazioni e percentuali verso l’alto rispetto a quelle già esistenti.
Insomma non c’è verso per far capire ai vari apprendisti stregoni della politica che si sono avvicendati fino ad oggi che non è con il fisco che si governa lo Stato, ma con equità, lungimiranza e buonsenso.
Certamente il confronto tra quella che era l’economia del mondo occidentale nel 1937 ed oggi non è di facile sovrapposizione, dal momento che negli anni 30 del secolo scorso gli USA erano la prima potenza industriale del mondo, avevano un’economia solida, fabbriche, miniere ed una fiorente agricoltura.
Oggi gli USA e l’Occidente tutto, che hanno sposato la novità della globalizzazione come vantaggio per tutti, non producono nulla, a parte finti servizi, spesso inutili, distruggendo così ogni parvenza di ordine sociale.
L’aver in Italia inserito su imput tedesco il principio del “pareggio di bilancio” nella Carta Costituzionale rischia di divenire un pericoloso cappio che produce più recessione e disoccupazione.
I numeri parlano chiaro. Negli ultimi anni i Paesi che hanno spinto (perché sono stati spinti a loro volta da istituzioni sovranazionali europee) il tasto dell’austerity hanno accusato un drammatico decremento del Pil.
Purtroppo dalla fine del 2010 ad oggi i governi dei paesi occidentali hanno erroneamente ritenuto di doversi concentrare sui deficit e non sull’occupazione, facendo massiccio ricorso alla leva fiscale, quantunque le loro economie avessero dato deboli segnali di ripresa dalla depressione che avevano fatto seguito alla precedente crisi finanziaria, che andavano favoriti.
I risultati delle politiche di rigore sono sotto gli occhi di tutti e manifestano la totale incapacità delle classi politiche di interpretare le reali esigenze di una società che non è più quella della seconda metà del secolo scorso.
Se si vuole evitare il declino della civiltà occidentale e soprattutto se si vuole scongiurare il pericolo di ripetere le funeste esperienze che hanno caratterizzato la prima metà del novecento, occorre che si ponga mano a riforme strutturali organiche, ma soprattutto che si dia una netta accelerazione verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa.
Solo un’entità europea federale, con unico esercito, unica politica estera, un governo eletto a suffragio universale, può garantire la sopravvivenza e consentire di raccogliere la sfida che viene dalle nuove realtà economiche rappresentate dagli stati dell’estremo oriente (Cina, India, Russia) e dal Brasile.
