Un’analisi impietosa della viabilità nel capoluogo salentino. Cittadini intrappolati nei viali, marciapiedi impraticabili e l’ombra di irregolarità normative dietro le scelte delle ultime amministrazioni.

Lecce è una città bloccata, prigioniera di criticità ataviche che nessuna amministrazione, passata o presente, è mai riuscita a risolvere. Spostarsi nel capoluogo salentino è diventato un percorso a ostacoli che logora il tempo, la pazienza e le tasche dei cittadini.

Il primo grande imputato è il sistema semaforico. Percorrere i viali cittadini richiede spesso più di 30 minuti: un’eternità causata dalla totale assenza di un coordinamento o di un’”onda verde”. Agli incroci si assiste a lunghe code davanti a lanterne rosse che bloccano il flusso per oltre 80 secondi, nonostante la presenza di moderne telecamere che dovrebbero, in teoria, ottimizzare i flussi. Questo rallentamento artificiale ha costi altissimi: impatta sui consumi di carburante, aumenta le emissioni di gas serra, esaspera lo stress urbano e infligge un danno economico letale alle attività commerciali del centro, sempre più penalizzate a vantaggio dei grandi centri commerciali della periferia. A peggiorare il quadro è stata la corsa spasmodica alla realizzazione di piste ciclabili e parcheggi a pettine. Opere ereditate dall’amministrazione Salvemini e portate a termine dall’amministrazione Poli, che hanno avuto l’effetto immediato di dimezzare le corsie di marcia. Il risultato? Auto, mezzi pubblici e persino i veicoli di soccorso si trovano imbottigliati in carreggiate ridotte all’osso. Su questi interventi pende oggi un pesante interrogativo di legittimità: sarà necessario verificare a fondo la loro conformità al D.M. 30/11/1999 n° 557, all’articolo 7 del Codice della Strada e al Piano Generale della Mobilità Ciclistica 2022-2024. Il sospetto è che si sia preferito un “finto allargamento” dei marciapiedi in centro per giustificare la presenza di stalli a pagamento (le diffuse strisce blu), restringendo le corsie in aperto contrasto con l’art. 7, comma 6 del Codice della Strada, che vieta l’intralcio al flusso veicolare.

Infatti in tutte le strade del centro commerciale della città, al fine di sanare una situazione illegittima, già all’epoca della giunta Salvemini, si è pensato di allargare i marciapiedi con la collocazione di paletti e di restringere quindi ogni carreggiata, rendendo così difficoltoso il transito non solo ai veicoli privati, ma anche ai mezzi pubblici e soprattutto a quelli di soccorso. 

Il degrado non si ferma alla circolazione. Le strade leccesi sono costantemente sventrate da cantieri non coordinati delle società di servizi (luce, gas, telefonia). Non appena il manto stradale viene rifatto, viene subito bucato di nuovo, lasciando dietro di sé avvallamenti e insidie che alla prima pioggia si trasformano in trappole pericolose. La situazione è persino peggiore per i pedoni: nelle zone periferiche e semicentrali, i marciapiedi sono impraticabili, devastati dalle radici dei pini o occupati abusivamente (come accade visibilmente su Viale Leopardi). Costretti a camminare sulla carreggiata, i pedoni rischiano la vita in aperta violazione dell’articolo 1 del Codice della Strada, che dovrebbe garantire la massima sicurezza a tutti gli utenti della strada.

A completare questo scenario caotico vi è l’abuso di dissuasori e dossi artificiali – spesso posizionati in modo ibrido sopra gli attraversamenti pedonali – la cui regolarità rispetto agli articoli 42 e 179 del Regolamento d’attuazione del C.d.S. appare quantomeno dubbia.

In materia di dossi artificiali non va sottaciuto che, nonostante la loro utilità in termini di sicurezza stradale, l’uso dei dossi artificiali non è esente da critiche perché in alcuni casi, le amministrazioni locali esagerano nella loro installazione, causando disagi agli automobilisti.

Lecce non può più permettersi di procedere a tentoni o di seguire logiche ideologiche del “green ad ogni costo”. È tempo che chi amministra metta da parte la propaganda e si affidi a tecnici competenti per studi di fattibilità organici. La mobilità deve unire infrastrutture, trasporti e ambiente con il buon senso e una pianificazione multidisciplinare, capaci di tutelare la sicurezza dei cittadini e rilanciare la qualità della vita urbana.

E’ necessario cambiare agenda e privilegiare la qualità della vita di tutti senza subire la spinte ideologiche, o peggio, utilitaristiche neo liberiste, lasciandosi guidare da una corretta e idonea progettualità e dal buon senso per meglio governare tutte le normali insidie che un traffico misto può inevitabilmente creare ed evitare che alle stesse si aggiungano quelle dovute all’ignoranza o scarsa attenzione di chi questo traffico è chiamato a organizzare.

Proprio su questo tema chiediamo a chi oggi è alla guida della città, persona ricca dell’esperienza e della cultura che le deriva da una lunga permanenza nelle istituzioni, se intende lanciare una sfida per vincere la battaglia per la sicurezza stradale e per una mobilità che sappia bilanciare la vivibilità urbana con le esigenze dei lavoratori che dipendono dall’auto attraverso soluzioni di gestione intelligente dei flussi, logistica avanzata e corsie dedicate, anziché rallentamenti febbrili, o blocchi totali del traffico.


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