Mentre i palazzi della politica si riempiono di parole d’ordine come “stabilità” e “governabilità”, alla Camera dei Deputati si sta consumando l’atto finale del Ddl “Stabilicum” (ribattezzato dalle opposizioni “Melonellum”). Un provvedimento che, dietro la retorica del “far contare i cittadini”, nasconde il tentativo sistematico di blindare il potere nelle mani delle segreterie di partito, resuscitando i fantasmi peggiori della legge Calderoli (il famigerato Porcellum del 2005).

Il governo ha rotto gli indugi ponendo la questione di fiducia sui primi tre articoli del testo. Una mossa disperata per silenziare il dibattito, blindare la propria maggioranza ed evitare lo spettro dei franchi tiratori nel voto segreto. Ma cosa si nasconde davvero dietro questa accelerazione forzata?

Il bluff delle preferenze e l’inganno del “Capolista Bloccato”

La propaganda di maggioranza vende questa riforma come il grande “ritorno alle preferenze”. È un falso storico. L’introduzione della possibilità di scrivere un nome sulla scheda è completamente neutralizzata dal mantenimento del capolista bloccato.

Cosa significa concretamente? Che i vertici di partito decideranno a tavolino chi deve entrare in Parlamento, posizionando i propri fedelissimi in cima alla lista. Le preferenze dei cittadini serviranno solo a spartire i seggi rimanenti (se ne avanzano) o a fare da specchietto per le allodole. Il cittadino illuso scrive il nome, ma la segreteria ha già deciso l’eletto. Questa non è rappresentanza: è una struttura oligarchica istituzionalizzata.

Il premio di maggioranza al 42%: una distorsione chimica del voto

Il cuore della legge prevede l’assegnazione di un premio fisso (70 seggi alla Camera e 35 al Senato) alla lista o coalizione che raggiunge la soglia del 42% dei voti.

In un’epoca segnata da un astensionismo record, dove ormai vota a malapena un italiano su due, il 42% dei voti espressi equivale a circa il 20% dei cittadini aventi diritto. Consegnare il controllo assoluto del Parlamento e la facoltà di stravolgere le istituzioni a una minoranza così esigua nel Paese significa creare una maggioranza artificiale in laboratorio, calpestando l’Articolo 48 della Costituzione sulla parità e l’uguaglianza del voto.

L’invenzione della “Governabilità” per aggirare la Costituzione

I difensori del testo si fanno scudo con la parola “governabilità”, ma occorre ristabilire una verità fondamentale: la governabilità non è un valore previsto dalla Costituzione Italiana.

I Padri Costituenti, uscendo dal dramma della dittatura fascista, misero al centro della Carta la rappresentanza e la centralità del Parlamento proprio per evitare che l’esecutivo comandasse a bacchetta le Camere. È pur vero che la Corte Costituzionale, a partire dalla sentenza n. 1 del 2014, ha sdoganato la stabilità come “obiettivo di rilievo costituzionale”, ma ha sempre posto un paletto invalicabile: la ricerca della stabilità non può mai sacrificare in modo sproporzionato la sovranità popolare (Art. 1). Lo Stabilicum fa esattamente il contrario: sacrifica la democrazia sull’altare del comando.

Il metodo della fiducia: la democrazia ridotta a passacarte

A confermare la natura autoritaria dell’operazione è il metodo stesso di approvazione. Blindare una legge elettorale — che dovrebbe essere la regola del gioco condivisa da tutti — a colpi di questione di fiducia e respingendo in blocco ogni emendamento delle opposizioni è una violenta forzatura delle prerogative parlamentari.

Non siamo di fronte a una dittatura vecchio stile con i carri armati nelle strade, bensì a una transizione strisciante verso un regime confidenziale e oligarchico, dove il Parlamento viene esautorato dalle proprie funzioni e ridotto a un mero ufficio vidimazione delle decisioni prese nei palazzi dei leader. Quando le regole del gioco vengono scritte da chi gioca per assicurarsi di vincere sempre, la democrazia cessa di esistere e diventa un simulacro.


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