4) Le ragioni del SI

Sotto la spinta di intenti ed interessi meramente populistici il Movimento 5 Stelle si è reso pervicace promotore e caparbio sostenitore della proposta di legge costituzionale di riduzione del numero dei parlamentari.

Tale obiettivo è da sempre una delle priorità del programma elettorale del movimento grillino e conseguentemente, al termine dell’ultime elezioni politiche del 2018, in cui è risultato il partito più suffragato, ha inserito tale punto programmatico nei due contratti e/o accordi di governo, prima con la Lega e poi con il Pd.

Il fine enunciato dai pentastellati sarebbe quello di migliorare il funzionamento del Parlamento, pur non avendo previsto alcuna modifica in ordine al funzionamento delle Camere, che pur avrebbero avuto bisogno di qualche intervento migliorativo per assicurare economicità dei costi, efficacia dell’azione ed efficienza circa i risultati dell’attività legislativa.

Nessuna riforma costituzionale è stata poi affrontata in materia di “bicameralismo perfetto” istituto questo oggetto che ha costituito argomento di numerosi dibattiti sia da parte dei politici, che dei costituzionalisti e dei giuristi in genere.

Giunto al governo, prima con la Lega e poi con il Pd, il Movimento 5 Stelle ha perseguito ed attuato i programmi che si era prefissato, introducendo da subito il reddito di cittadinanza, con un costo di 26 miliardi di euro in tre anni e successivamente avviando la proposta di legge costituzionale per la riduzione dei parlamentari.
Sostanzialmente, quindi, a parte le dichiarazioni ufficiali ed i voti espressi da tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, è solo il Movimento 5 Stelle il più interessato a sostenere il fronte del Sì al referendum sulla diminuzione dei parlamentari.

Gli altri partiti infatti brillano tutti per la loro assenza nel dibattito referendario ad eccezione di qualche esponente del Pd e di Forza Italia, al cui interno sono comunque divisi tra le due opzioni.

E’ sotto gli occhi di tutti che la maggior parte degli esponenti dei partiti politici dei vari schieramenti sia silente e soltanto in pochi sono usciti allo scoperto schierandosi in favore del fronte del SI o di quello del NO.

In realtà, la riduzione dei costi è un aspetto assolutamente marginale del vero e più complesso obiettivo perseguito dal Movimento 5 Stelle, che ha invece una prospettiva più ampia, attraverso variegate leggi costituzionali, tutte già all’esame del Parlamento, apparentemente scollegate tra loro, che mirano invece ad un cambiamento radicale del nostro assetto costituzionale per spostare il fulcro della decisione politica dal Parlamento al Popolo, o meglio al Corpo elettorale.

Infatti il dichiarato intento del M5S di  preferire la democrazia diretta nella forma digitale a quella rappresentativa, prelude ad altre riforme innovative che passeranno attraverso la sicura limitazione della libertà di mandato dei parlamentari le necessarie modifiche ai regolamenti delle Camere, preludio questo dell’introduzione del mandato  imperativo, oggi espressamente vietato dalla Costituzione e con l’introduzione del referendum propositivo per l’approvazione delle leggi di iniziativa popolare nel caso queste non siano approvate entro un certo termine dalle assemblee parlamentari.

Qualora la modifica costituzionale sul taglio dei parlamentari fosse confermata con il referendum, resterebbero soltanto 400 deputati e 200 senatori, in tutto 600 parlamentari, con il risultato che il rapporto tra gli eletti e i 60,5 milioni di abitanti sarebbe di 1/151mila, rispetto all’attuale rapporto 1/63.492, calcolato sul totale dei 945 parlamentari.

In base a tutti i sondaggi recenti e meno recenti la vittoria del SI dovrebbe essere scontata e senza sorprese per i pentastellati e così sicuramente le Camere verranno ridotte con il risultato di dare la dimostrazione sia del pieno successo di un referendum plebiscitario.

Secondo i sostenitori del SI, occorre confermare il contenuto della riforma per ridurre drasticamente il numero dei parlamentari che darebbe il grande risultato economico di conseguire un risparmio per le casse dello Stato di circa 100 milioni di euro all’anno e di 500 milioni per tutta la durata della legislatura, ma nella realtà il risparmio netto generato dall’approvazione di questa riforma sarà molto più basso (285 milioni a legislatura o 57 milioni annui) e pari soltanto allo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana.

Ben poca cosa, ad esempio rispetto al costo di ciascuna nave che lo Stato italiano noleggia per ospitare i migranti, che in base all’avviso del ministero dei Trasporti del 13 luglio ammonta a circa 4.037.475 di euro, oltre Iva, per soli 101 giorni di esecuzione dell’appalto, quindi per una spesa pari a 39.975 euro al giorno e 14.590.875 euro all’anno per ciascuna nave. Attualmente le navi dovrebbero essere 5, sicché la prevedibile spesa nell’arco di un anno è di €72.954.375 euro.

Secondo i fautori del SI, una volta realizzata la riduzione voluta, sarebbe più facile organizzare e gestire i lavori delle due camere del Parlamento, si realizzerebbe una maggiore efficienza di tutto l’apparato legislativo e diverrebbe più celere ogni iter per l’approvazione delle leggi, senza però compromettere assolutamente il principio della rappresentanza.

Inoltre sarebbe, sempre a loro dire, possibile ottenere considerevoli e significativi contenimenti della spesa pubblica poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati verrebbe ridotto quasi della metà, vi sarebbe più potere in capo ai cittadini e nel complesso maggiore democrazia a seguito delle ulteriori revisioni costituzionali in corso di approvazione, con la conservazione di un Parlamento pienamente legittimato nella sua centralità.

Infatti, attraverso le successive leggi costituzionali ancora in itinere, sarebbe introdotta una massiccia forma di democrazia diretta e plebiscitaria con la partecipazione attiva e continua del corpo elettorale nelle forme della iniziativa legislativa e quelle dell’abrogazione delle leggi.

Secondo i fautori del SI il cambiamento inizierebbe con questo primo passaggio, quello del taglio dei parlamentari, ma proseguirebbe poi con le successive riforme, che hanno l’obiettivo finale di trasformare gli elettori in cittadini, gli onorevoli in portavoce e le istituzioni in comunità.

Anche la relazione che accompagna la proposta di legge costituzionale di modifica dell’art. 71 Cost., in materia di iniziativa legislativa popolare e di introduzione del “referendum propositivo”, è esplicita nel senso di presentare la democrazia diretta come correttiva (o alternativa) e non rafforzativa rispetto alla democrazia rappresentativa, descritta come debole, farraginosa, degenerata, e dunque immeritevole della fiducia dei cittadini.

Il potenziamento della democrazia diretta costituirebbe un argine agli aspetti degenerativi della democrazia rappresentativa, da loro ritenuta superata.

La riduzione del taglio dei parlamentari nel progetto riformatore, si prefiggerebbe la salvaguardia della dignità del Parlamento, il rafforzamento della sua efficienza e la conferma della sua centralità.

Se dovesse vincere il SI ci aspettano le altre riforme costituzionali già avviate che sono ad un buon punto del loro percorso per pervenire alla fine del percorso ad una nuova forma di Stato di stampo populista, ad una sorta di democrazia eterodiretta di stampo plebiscitario e dispotico.

Nella revisione costituzionale su cui andremo a votare rimarrebbe invariato il numero complessivo dei senatori a vita di nomina presidenziale pari soltanto a cinque.

Oltre agli ex presidenti della Repubblica che sono senatori di diritto e a vita, salvo rinunzia, nel corso del suo mandato il capo dello Stato può nominare senatori a vita cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Con la riforma il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non potrà più in alcun caso essere superiore a cinque.

Per lungo tempo la dottrina quasi unanime ha preferito la tesi restrittiva, in base alla quale non potevano essere nominati complessivamente più di cinque senatori a vita, indipendentemente dal fatto che essi siano stati nominati, in tutto o in parte, dal Presidente della Repubblica in carica ovvero da un suo predecessore, spettando la titolarità del potere di nomina al Presidente astrattamente inteso, quale ufficio-istituzione statale.

Secondo una opinione differente, trasformatasi in prassi, su iniziativa dei Presidenti Pertini e Cossiga, ciascun Presidente della Repubblica ha la facoltà di nominare cinque senatori a vita, anche se il numero complessivo dei senatori nominati in Senato sia superiore a cinque in quanto, interpretando restrittivamente la disposizione costituzionale, l’esercizio della facoltà attribuita al Capo dello Stato sarebbe garantito soltanto al primo Presidente della Repubblica, privando i successivi della opportunità di nominare alcun senatore, se non nell’ipotesi di vacanza di seggio. In tal modo, dunque, potrebbe accadere che nel corso di un mandato presidenziale non sia possibile procedere ad alcuna nomina, venendo il Presidente «spogliato di un potere, che tuttavia, per espressa disposizione costituzionale, esso è facoltizzato ad esercitare».

La parola dunque al corpo elettorale, il quale dovrà decidere se siano o meno valide le argomentazioni addotte dai fautori della revisione costituzionale per confermarne la riforma con il voto ormai prossimo con l’unica raccomandazione di riflettere sul progetto pseudo-riformatore nel suo complesso per evitare di cadere nel tranello di trovarsi poi in una democrazia diretta, in cui prevale la tendenza a seguire dei demagoghi e semplificatori, che potrebbero aprire le porte ad una pericolosa direzione autocratica ed autoritaria.