L’aumento della violenza nelle carceri è il sintomo di una crisi strutturale e profonda del sistema penitenziario, alimentata da diversi fattori critici i più rilevanti sono il sovraffollamento cronico, il disagio psichico non curato e la tensione quotidiana tra detenuti e operatori.

La mancanza di spazio vitale riduce la privacy, alza i livelli di stress e moltiplica le occasioni di scontro, è poi cresciuta la presenza di persone con dipendenze o gravi disturbi psichiatrici, difficili da gestire in spazi di sola costrizione ed infine l’assenza di percorsi lavorativi, formativi o ricreativi lascia i detenuti in un’inattività che alimenta l’aggressività.

La cronaca recente ci informa che nel pomeriggio di ferragosto, a distanza di pochi giorni da un precedente analogo episodio, nel carcere salentino di Borgo San Nicola si è registrato un nuovo episodio di violenza a seguito della colluttazione tra detenute nel reparto femminile della casa circondariale in cui sono rimaste coinvolte anche alcune agenti che hanno subito contusioni.

Purtroppo il sovraffollamento e l’assenza di attività rieducative, lavorative o scolastiche funzionanti trasformano il periodo di detenzione in tempo vuoto. Ciò alimenta costantemente risse tra fazioni, aggressioni ai danni del personale (come i recenti fatti del reparto femminile nel carcere di Lecce) e fenomeni di spaccio interno.

La situazione nelle carceri italiane è da troppo tempo in una fase di emergenza cronica dovuta soprattutto al sovraffollamento, alla carenza di organico e all’aumento degli episodi di violenza. Il sistema penitenziario si trova in una perenne condizione critica che colpisce contemporaneamente, utilizzando l’espressione coniata da Marco Pannella “detenuti e detenenti”, cioè l’intera comunità penitenziaria che unisce idealmente in un unico destino di sofferenza e dignità sia i detenuti sia gli agenti della polizia penitenziaria.

Infatti quella comunità penitenziaria unita, cui faceva riferimento Pannella nella sua visione, occorre riconoscere non solo i diritti e le condizioni spesso disumane dei reclusi, ma anche il lavoro duro, difficile e ingrato svolto dagli agenti di custodia all’interno degli istituti.

Esaminando la questione dal punto di vista dei detenuti, la maggiore criticità del sistema penitenziario è da rinvenirsi, come detto, nel sovraffollamento estremo, se solo si consideri che molti istituti superano ampiamente la capienza massima tollerabile, costringendo i detenuti in spazi vitali ridotti e sotto gli standard minimi di dignità.

Per effetto della situazione insostenibile per tutti il tasso di suicidi tra la popolazione detenuta registra numeri record, evidenziando una profonda carenza di assistenza psicologica e psichiatrica.

Mancano inoltre percorsi strutturati di reinserimento sociale, attività lavorative e cure mediche tempestive per le patologie fisiche e mentali.

Dalla parte dei detenenti, cioè la Polizia Penitenziaria, emergono carenze organiche in quanto il personale in servizio insufficiente rispetto alle quotidiane necessità, tanto da costringere gli agenti a turni massacranti.

Si verificano aumenti di rivolte, colluttazioni e aggressioni fisiche ai danni degli agenti, come l’episodio recente nel carcere di Lecce, che causano tra tutto il personale penitenziario una altissima tensione ed un forte disagio psicologico, essendo costretto ad operare in un settore privo di adeguate risorse.

Il governo ed il parlamento fino ad oggi sono rimasti inerti dinnanzi a richieste bipartisan di introduzione di misure deflattive della popolazione detenuta per svuotare immediatamente le celle più affollate.

Ugualmente non è stata valutata la necessità di incrementare immediatamente la pianta organica della Polizia Penitenziaria che andrebbe coadiuvata da un maggior numero di psichiatri, psicologi e mediatori culturali e quella di adottare con la dovuta urgenza ogni misura utile e indispensabile per garantire la sicurezza del personale senza intaccare i diritti e la dignità dei detenuti.

Infatti gli interventi normativi e d’urgenza introdotti per affrontare l’emergenza carceri si muovono lungo due binari opposti: misure per favorire i percorsi alternativi alla detenzione e, di contro, un inasprimento complessivo delle pene e dei reati legati alla sicurezza, come il Disegno di Legge per detenuti con dipendenze del Luglio 2026 che prevede la detenzione domiciliare terapeutica, consentendo ai detenuti con problemi di tossicodipendenza o alcol dipendenza di scontare la pena a casa o in comunità, a patto che aderiscano a un programma di recupero strutturato.

Una misura questa che potenzialmente potrebbe coinvolgere 10.000 detenuti tossicodipendenti e circa 3.700 alcoldipendenti.

Il precedente “Decreto Carceri” (Decreto Legge n. 92/2024) convertito definitivamente in legge, che si occupa della gestione interna degli istituti e dell’organico, per il quale è previsto un incremento di 1.000 nuovi agenti (ripartiti in 500 unità per il 2025 e 500 unità per il 2026) e di 20 nuovi dirigenti penitenziari, non aiuta comunque a risolvere il problema nell’immediato.

Neppure l’introduzione di procedure più snelle e rapide per il calcolo degli sconti di pena legati alla buona condotta e alla rieducazione, l’aumento del numero di colloqui telefonici mensili a disposizione dei detenuti (da 4 a 6 al mese) per supportare il benessere psicologico e i legami familiari e la dichiarata volontà di istituire  strutture residenziali idonee a ospitare i detenuti che hanno diritto a misure alternative ma non dispongono di un domicilio, al momento non ancora esistenti, non risolvono il problema che non è rinviabile.

Peraltro in parallelo alle misure di alleggerimento, i recenti pacchetti sicurezza governativi hanno introdotto norme che incidono direttamente sulla vita carceraria.

Viene infatti viene punita con pene fino a 5 anni di reclusione non solo la violenza fisica, ma anche la resistenza passiva collettiva all’interno delle carceri (come il rifiuto di rientrare in cella o di obbedire agli ordini).

Vengono ridotte le tutele e le possibilità di accesso rapido a percorsi alternativi per i giovani detenuti, estendendo i casi in cui è possibile applicare la custodia cautelare.

In data 15 settembre, insieme ad una delegazione di Nessuno tocchi Caino guidata dal Segretario, on. Sergio D’Elia e da Elisabetta Zamparutti, Tesoriere, ho avuto l’opportunità di visitare il Carcere di Lecce e di verificare come effettivamente la situazione sia tragica, sia per i detenuti, che per gli agenti penitenziari.

Tutti i detenuti del carcere di Lecce chiedevano di non essere lasciati nell’ozio, ma di poter lavorare, pur essendo consapevoli che purtroppo non era facile trovare lavoro.

La politica tutta dovrebbe tenere nella debita considerazione l’art.27 della Costituzione e quindi attuare il dettato costituzione attraverso provvedimenti immediati in quanto se non esiste la salvaguardia della dignità umana di ogni detenuto la pena non è più legale, ma si trasforma in una tortura.

Lo Stato non può rispondere al crimine con la violenza, opporre alla brutalità la brutalità e non deve mai “abbassarsi” al livello del reo, fosse anche l’autore del crimine più spregevole ed efferato.

Deve essere mantenuta sempre una precisa differenza tra “pena” e “vendetta” che costituisce una differenza fondamentale di cui lo Stato deve essere il garante.

Invece, nelle attuali condizioni, ogni carcere italiano diventa invece un luogo di annientamento fisico e mentale, senza favorire in alcun modo il reinserimento sociale. 

Le carceri non possono essere luoghi di sofferenza e di abbandono, ma devono diventare strumenti di recupero e rieducazione. 

Purtroppo è ancora ferma in parlamento una proposta di legge a firma Roberto Giachetti per la liberazione anticipata speciale in cui è previsto uno sconto di 75 giorni per ogni trimestre di detenzione, naturalmente per tutti coloro che si comportano bene.

Una analoga legge venne emanata ed applicata con buoni risultati nel periodo dell’emergenza sanitaria del Covid. 

Se l’Italia vuole rispettare i principi scritti nella sua Costituzione e contenuti anche in norme sovranazionali, deve intervenire subito con provvedimenti emergenziali e successivamente con le necessarie riforme strutturali. 

Ci si chiede se il nostro governo con la sua maggioranza parlamentare sarà capace di compiere questo atto di giustizia che viene richiesto da più parti, o se invece preferirà parlare della salvifica realizzazione di nuovi luoghi di detenzione, magari stile Albania, senza affrontare oggi il grave problema con l’unico strumento possibile, peraltro già collaudato, che è la liberazione anticipata speciale.


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